Apocalypse Bari

Mario Bucci

Un vero tour de force per un libro forse un po’ troppo ruffiano…..

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Dopo una prima ufficiale alla libreria Feltrinelli, è stato presentato ieri presso la libreria Laterza, per la seconda volta, Apocalisse da camera, il primo romanzo di Andrea Piva, sceneggiatore dei film Lacapagira (1999) e Mio cognato (2003) entrambi diretti dal fratello Alessandro. Affiancato dal giornalista Enzo Mansueto e da Silvio Maselli (Fandango e Proforma) il giovane scrittore ha intrattenuto il pubblico aprendo sin da subito un dibattito su quello che è forse il punto di maggiore riflessione in questo momento nella scena culturale locale: indagare l’identità barese a trecentosessanta gradi, sia da un punto di vista creativo che da un punto di vista produttivo.

Su questo umido terreno sono emerse allora le prime contraddizioni, tra un autore che sostiene che il libro avrebbe funzionato anche se ambientato in un’altra città, ed un boom di vendite che in realtà forse è stato solo un felice, meritato, riconoscimento locale. La verità, come tutte le risposte, sta nel mezzo, perché il libro di Andrea Piva ha degli spunti stimolanti e forse anche originali, ma gode ancora molto del fascino campanilistico che ne sorregge anche lo stimolo iniziale, perché come ha fatto notare ieri sera Silvio Maselli, Andrea Piva “non poteva non raccontare Bari”, e Bari lo ha ricambiato.

Il dibattito si è poi concentrato sullo stile adottato dallo scrittore, da Maselli definito astratto ed alla Bret Easton Ellis, da Mansueto scorrevole e immediato, quando forse una così eccessiva frammentazione (punteggiatura, paragrafi, titolo dei paragrafi, capitoli, parti, didascalie)  lo rende un po’ macchinoso e lo fa allontanare dall’idea classica di scrittura, per ripresentarsi sotto forma di un ibrido testo a metà tra la sceneggiatura (forse ancora “primo amore” di Piva) e la narrativa contemporanea. Apocalisse da camera è allora più semplicemente un lavoro fatto principalmente con l’intestino ed il cervello (che spiana la strada a elucubrazioni a volte interessanti a volte scontate e tediose) al quale manca forse un po’ di sincero cuore. Malinconico, freddo, forse troppo viscerale, forse già retrò, il libro di Piva ha qualche pregio nascosto (l’alchimia del “tutto in un giorno”; il vuoto tra le righe; la rabbia idrofoba del nuovo millennio; il finale naif) ma anche un grosso fantasma alle spalle, forse il fatto di non aver davvero raggiunto il cuore di tenebra.

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