9 Maggio 1978 – 9 Maggio 2007

A un passo dal trentennale, l’evento che ha cambiato tutto ( o quasi) in Italia
I suoi amici, i suoi allievi, i suoi familiari non hanno certo bisogno di guardare il calendario o mettere in agenda un promemoria. Non si sono certo affievolite le aspre polemiche circa la sua fine: ormai possiamo essere abbastanza sicuri (e lo diciamo tenendo presenti la vedova, i figli ed i nipoti) che Aldo Moro poteva essere liberato e non fu fatto tutto il possibile, politicamente e strategicamente, per salvargli la vita.
Il fronte dei “duri e puri” capeggiato da un inflessibile e straziato Enrico Berlinguer, trovò insperato appoggio da tutti coloro che, nella Democrazia Cristana dell’epoca, videro la fine di Moro come la fine di un tentativo serio di riforme e di alleanze che, se fosse andato a buon fine con il “compormesso storico” non avrebbe generato il craxismo e il suo figlio degenere ma coerente del berlusconismo.
Aldo Moro era una delle teste più lucide e creative che l’Italia abbia mai avuto e gli infami assassini delle Brigate Rosse, nel loro delirio talebano, finirono per fare un favore proprio a coloro che dicevano di combattere. La svolta è tutta lì e Tangentopoli ne è solo un frutto tardivo e collaterale, un accidente senza troppa importanza.
Con Moro è finita la politica italiana così come l’abbiamo conosciuta dal dopoguerra dei De Gasperi, dei Nenni e dei Togliatti (e Spadolini, Malagodi, De Martino, Lombardi, e chissà quanti ne dimentico). Al di là dell’emozione di chi visse quel momento, quel lungo momento durato 55 giorni dal rapimento al ritrovamento del cadavere nella famosa R4 rossa a due passi dalle sedi del PCI e della DC, quel lungo momento anche mediatico con radio e tv mobilitate, forse per la prima volta, a raccontare tutto ( o il tutto che si faceva filtrare); al d là di questo, dicevo, oggi abbiamo il dovere di trasmettere alle giovani generazioni il senso dell’evoluzione (o involuzione) che la politica italiana ha percorso da 30 anni a questa parte.
Anche perchè lo spettacolo che oggi ci si presenta non è dei migliori e dei più edificanti. Travolti da sistemi elettorali sostanzialmente estranei alle nostre giovani tradizioni democratiche (avremo 6000 anni di cultura alle spalle ma solo 60 di democrazia), traditi dalla nostra stessa impotentia coeundi e generandi nel fare politica e partecipare alla politica, privi di veri maestri e ispiratori (ditemi un nome per piacere, uno solo che sia vivente ed attivo sulla scena politica italiana), confusi fra il laicismo discriminante e il revanscismo confessionale; insomma oggi abbiamo trasformato la politica nella navetta che porta pochi furbi a fare carriera e la maggioranza che li vota a sperare di ricavarne vantaggi.
Una casta (vedi libro dei colleghi Stella e Rizzo uscito per i tipi della Rizzoli), in cui il privilegio è la variabile indipendente mentre l’essere al servizio della comunità è la fragile foglia di fico da usare solo in campagna elettorale, destinata a cadere appena si viene eletti.
(1.continua)
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