Mahler alla Mehta

Fortunata Dell'Orzo

Emozione per Big Luciano, poi la Musica prende il sopravvento

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Ha rischiato d’essere cancellata dalla marea emozionale suscitata dalla morte di Pavarotti questa prima della Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari: l’esecuzione, per Bari non popolarissima, della settima sinfonia di Gustav Mahler. Eppure l’evento c’era tutto e per una serie di motivi, non solo musicali.

Intanto il luogo prescelto: lo Spazio Sette della Fiera del Levante, il gigantesco padiglione della Nautica, come lo conoscono i baresi che opportunamente pannellato e sagomato, ha offerto un’inaspettata acustica degna di un auditorium.

E poi la presenza di Zubin Mehta, grande bacchetta di origine indiana, che il caso ci ha regalato a Bari proprio nel tristissimo giorno d’addio di Big Luciano, suo amico personale. Ha diretto una strepitosa Israel Philarmonic Orchestra, una delle migliori orchestre che si siano mai affacciate a queste latitudini in grado di regalare anche agli inesperti o ai neofiti del compositore boemo delle supreme sensazioni armoniche e di insieme.

Prima un doveroso incipit d’addio a quello che Mehta ha definito “un grande eroe italiano” da lui diretto nel primo dei concerti a tre con Domingo e Carreras, ormai 17 anni fa a Roma, in occasione dei Mondiali d’Italia. Palpabile la commozione ed il coinvolgimento personale del Maestro, più volte incoraggiato dall’applauso convinto della numerosissima platea che ha riempito la sala in ogni ordine di posti.

Poi, finalmente, la Musica: il palco ospitava agevolmente gli oltre cento elementi dell’Orchestra, addobbato con una siepe di pothos veri e vivi sul davanti, quinte per l’acustica sui lati e un gioco di luci ad un tempo sapiente e semplicissimo sullo sfondo, un po’ misterioso come misteriosa è stata giustamente definita dai critici questa settima cosi dissonante eppure così emozionante.

Cinque i movimenti, secondo una scansione che nulla o quasi ha a che vedere con l’impianto delle sinfonie di Beethoven: un orecchio appena appena divezzato sarebbe stato in grado di cogliere le suggestioni modernissime di questa musica e il grande debito che hanno verso Mahler musicisti contemporanei come Howard Shore (quello che ha scritto la colonna sonora del Signore degli Anelli) e John Williams (l’autore delle musiche di Guerre Stellari).

Il pubblico, a parte i soliti buzzurri che applaudono fra un tempo e l’altro, ha seguito in religioso silenzio tributando alla fine una vera e propria ovazione che è durata quasi dieci minuti. Ma il Maestro era troppo triste per esultare o per concedere un bis (si chiedeva a gran voce l’entusiasmante ultimo movimento).

Ci ha lasciato con la sensazione che i musicisti, in una qualche maniera, sono nella Musica come foglie nel vento. Possono anche andare via, allontanarsi o addirittura morire: ma, come dice un proverbio africano, finiscono sempre per tornare al piede del tronco che le ha generate.
La Musica è la loro trascendenza, la loro eternità.

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