L’Italia s’è seduta

Fortunata Dell'Orzo

I simboli stanchi di un paese che non c’è più

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Non ha molto senso parlare della ricorrenza appena trascorsa senza ammettere subito che è stata una triste parata funebre e non sicuramente una festosa rievocazione. La "folla festante" era composta in realtà quasi esclusivamente dai parenti e dagli affini delle migliaia di militari e paramilitari presenti.
E comunque, nonostante i sorrisi e le battute cordiali, con Giorgio Napolitano che però non riusciva a schiodarsi da una marmorea espressione di circostanza, mai e poi mai nemmeno per un momento scioltasi in sorriso, l’aria che si respirava in via dei Fori Imperiali era piuttosto pesante.
Inversamente proporzionale al sorriso spesso un po’ beota che aleggiava sulle facce di tutta la ghenga del capo, ministre comprese in regimental grigio azzurro che fa tanto meeting dell’herbalife.
Nessuno era riuscito a convincere Bossi e Maroni a restare a Roma con gli altri due ministri leghisti. Nessuno era riuscito il giorno prima ad impedire che i parlamentari leghisti "giurassero" a Pontida una sorta di fedeltà parallela. Napolitano ha dovuto subire l’ennesimo schiaffo istituzionale da un pugno di razzisti ignoranti, cui una buona fetta del nostro paese, democraticamente e in totale libertà si è consegnata mani e piedi.
Napolitano, come Pinocchio fra i due carabinieri, era ingabbiato fra Fini e Schifani: il giorno prima aveva tenuto un discorso piattissimo, talmente banale da essere apprezzato da tutti e per ciò stesso praticamente inutile. Anche un capo dello stato può non essere gradito a questo e a quello senza che ciò significhi che il paese sia sull’orlo del baratro.
Discorso nel quale, molto delicatamente e quasi chiedendo scusa, Napolitano ha appena tratteggiato il fosco paesaggio di barbarie, violenza e intolleranza che sta sporcando il nostro paese e che lo sta traumaticamente portando verso una direzione che, per la prima volta, non sono i grandi partiti di massa a determinare ma una sorta di patto sociale fra lobby ristrette che, non a caso, sta impoverendo il paese e lo sta facendo arretrare sul piano culturale e sociale.
E mentre è rimasta solo la CEI (insieme all’ONU) a ricordare agli italiani che non si può considerare umanamente (alla luce cioè della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo) accettabile che l’immigrazione “clandestina” divenga reato, fra le truppe sfilano anche visi di neri, mulatti, cinesi, orientali, sotto la stessa bandiera, con lo stesso passo, lo stesso sguardo concentrato per quei minuti, pochi o tanti che siano, di celebrità.
Nessuno che colga il lungo arco di luce del ponte gettato dalla Storia e che ormai unisce l’Italia al resto del mondo. Solo discorsi piccoli, bassi, beceri e asfittici: anche quando si parla di sicurezza dei cittadini, di rapidità dei processi, di economia che arranca, di nuove povertà, di vecchie ingiustizie.
Nessuno che sappia davvero dire come ne potremo uscire, possibilmente senza contemporaneamente abbandonare il consesso dei paesi civili.
Fratelli d’Italia, l’Italia s’è seduta e si è cinta la testa di piccole illusioni balbettanti, sorda alle vere emergenze del mondo, muta alle domande del futuro, una piccola Italia triste, dietro i suoi stanchi simboli.

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