Bari-Berna sola andata

Lorenzo Vendemiale
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1300 km. Da Bari a Berna, per seguire gli azzurri, per un’esperienza indimenticabile (purtroppo lo sarà pure la partita…).
I biglietti presi a marzo, a un minuto dalla scadenza del termine valido per la prenotazione; 50 euro ben spesi: quando arrivano a casa, una settimana fa, splendidi, solenni, azzurri con la filigrana argentata della coppa, ti brillano gli occhi.
Si parte in quattro, amici storici, più che altro ‘moschettieri’. Ovviamente i preparativi si rivelano subito ridicoli. La macchina prescelta dà forfait giusto tre giorni prima; sostitute all’altezza non ce ne sono, e allora via in treno, domenica, Espresso 926, ore 23.51: in mano biglietti di sola andata, prima tappa Milano, poi di lì in Svizzera; quanto al ritorno ci sarà tempo per pensarci.
La notte scorre veloce, locomotiva e rotaie conciliano il sonno agli avventurieri. Il risveglio è traumatico: l’organizzatore, il promotore del viaggio, si accorge di esser partito senza documenti. La dimenticanza è davvero improponibile, ma tra sconcerto e risate si prosegue: il danno è fatto, come va, va.

Sul Milano-Berna, eccezion fatta per qualche svampito avventore fuori luogo, solo tifosi, quasi non ti fanno salire se non hai la maglietta. In cabina troviamo John, attempato italo-australiano, bresciano di Perth. Figura misteriosa, gran compagno di viaggio: sussulta al passaggio di ogni agente in divisa, pare non possedere un cognome, ogni due parole mette tre bestemmie, di cui alcune assolutamente inedite; però capisce di calcio, è un brav’uomo, glielo leggi negli occhi, insieme alla gioia di vivere: da trent’anni, gira il mondo con la sua bandiera del boxing kangaroo vestito d’azzurro; c’era al Bernabeu nell’82, non ha ancora il biglietto ma in qualche modo ci sarà pure stasera per il debutto europeo del 2008; e siamo convinti, ci sarà anche fra quattro anni (ai mondiali in Sudafrica no, ‘troppo pericoloso’ dice). Settant’anni e non sentirli. Sarebbe bello diventare come lui.
In sua compagnia, passano i chilometri. E si avvicina la frontiera. Quando il treno comincia a rallentare, la tensione si fa sentire. Un poliziotto commenta ‘certo che quelli che in Svizzera li beccano senza documenti li saccagnano di mazzate…’ : la situazione non è buona. Sarà il panico, ma il ‘clandestino’ non trova idea migliore che comprare una bandiera della Svizzera e fingersi del Canton Ticino. Molto meglio scendere di nascosto dal treno durante la fermata con la scusa di andare al bar e fumarsi una sigaretta, e, terminato il controllo, risalire appena prima della partenza. Il piano è immaginifico, ma si dimostra vincente: la Fortuna ci assiste, e il viaggio si esaurisce senza ulteriori patemi.
Finalmente, alle 15 e 30, arriviamo a Berna. La città è in festa: tantissimi tifosi, italiani, soprattutto olandesi. Che fossimo in minoranza era previsto, quindi nessuna sorpresa. Quando però inoltrandoci nel centro lo squilibrio si fa sempre più marcato, qualche perplessità comincia a venirci. In un attimo, diventa sgomento: ad un incrocio, un poliziotto ci ingiunge di fermarci per lasciar passare un pulmino olandese: dall’angolo segue un corteo arancione di proporzioni sconfinate; forse sono ancora lì che sfilano. Onestamente, non sapevamo che i Paesi Bassi contassero tanti abitanti; di sicuro, in Olanda non c’è rimasto nessuno; magari giusto le ragazze più brutte, quelle belle c’erano tutte. Che poi, non è solo un fatto numerico: son proprio di un’altra razza, mangiano, bevono, pesano il triplo, alcuni di loro probabilmente si cibano di carne umana. Però tutto sommato sono tranquilli. E così, anche se un po’ intimoriti, il pomeriggio trascorre piacevole, tra musica, danze e fiumi di pessima birra svizzera. Ecco, l’alimentazione lascia un po’ a desiderare: la cena a base di un panino con cotoletta (difficile da definir tale), maionese, e qualcosa che probabilmente è pesce crudo, è davvero discutibile…

Si fanno le sette, è tempo di incamminarsi. Lo Stade de Suisse è un piccolo gioiello di modernità che non vale la tradizione dell’antico stadio abbattuto. In un attimo siamo dentro, e ci godiamo lo 0-0 tra Francia e Romania: l’espressione di Domenech sul fischio finale è un toccasana per la salute di ogni italiano. Sembra il preludio di una serata perfetta…Illusi…
L’atmosfera durante il riscaldamento è magnifica, e non ci allarmano i tiracci di Toni in tribuna e scoprire in formazione l’acciaccato Panucci e il redivivo Ambrosini. Illusi…avremmo dovuto capire!…
Com’è finita, lo sappiamo tutti, inutile rimembrare. La voce se non se ne va all’inno, lo fa nel vano tentativo di risvegliare i nostri dormienti difensori. In tribuna, gli olandesi sono una miriade; noi siam pochi ma migliori: tifiamo tanto, tifiamo di più; ma vincono loro, anzi, ci umiliano. E l’uscita dallo stadio è davvero mesta.
Torniamo in città afflitti. Tutto sommato gli Olandesi, per quanto tronfi del loro ritrovato calcio-totale, si mostrano clementi, e non infieriscono più di tanto: un popolo fin troppo civile per i nostri gusti italiani. Il programma di una notte bianca di festeggiamenti è già svanito, lo spirito non è dei migliori, e allora si decide di far ritorno subito in Italia. In stazione c’è almeno la consolazione di un’ultima birra con il nostro ritrovato John; e poi incontriamo un certo Massimo Crippa, un tempo azzurro, oggi tifoso come noi, che l’afflizione sceglie di annegarla nella birra.
Il viaggio, in prima classe, abusando dello scompartimento riservato ai giornalisti della Gazzetta dello Sport, dura un attimo, il tempo di un sonno ristoratore. In sogno, il pensiero è già a venerdì, alla Romania, tutta un’altra storia. Si spera…E riecheggiano le battute scambiate con un paio di olandesi prima di salire sul treno ‘we’re going to re-meet in the semi-final…’. Si spera…
Alla prossima!

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