Federalismo e dualismo

Franco De Mario*

E i ministri e deputati meridionali della maggioranza tacciono

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Il 30 maggio 2008 la Svimez registrava che: “Per il sesto anno consecutivo il Mezzogiorno cresce meno del centro-nord : + 0’7 rispetto al +1,7%, cresce il divario Nord-Sud, frena la domanda interna che tra il 2007-2006 scende dall’ 1,2% allo 0’7%; mentre i consumi individuali delle famiglie meridionali registrano lo 0’8% per il 2007 dopo lo 0’7% del 2006, confermando così un tasso di crescita esattamente pari alla metà di quello delle famiglie del Centro-Nord.
Sul fronte degli investimenti per macchinari, attrezzature, mezzi di trasporto, beni strumentali in genere, l’indice è ridotto dell’ 1,5% nel 2007 dopo il 7,5% del 2006, e nel settore delle costruzioni il Sud rimane all’1,9% dopo l’1,7% del 2006.”.
Sicchè nelle pesanti difficoltà del Paese, più rimarcati sono i profili gravosi per famiglie ed imprese nel Mezzogiorno, di più esposto a recessione, speculazione finanziaria su prezzi, materie prime, energia ed alimenti, in uno con le pressioni immigratorie delle aree di guerra.

E’ il dualismo, di un Paese divaricato nelle capacità fiscali, produttive ed occupazionali, con una cittadinanza che, opportunamente spaventata dalla politica al governo, pare pronta a rinunciare largamente ad ogni “parità di diritti e doveri” ed è, ovunque prona ad accettare, il consolidarsi di due o più mercati del lavoro e dei servizi, differenti per salari, tutele, opportunità, benefici, infrastrutture e territori.
Se il tasso di occupazione maschile nel Meridione d’Italia è di circa il 20% in meno di quello del Centro-Nord e per le donne è il 30%, la quota di lavoro irregolare è al 20% del totale degli occupati con bassa produttività per addetto
Condizioni materiali, queste, oggettivamente incomparabili, determinatesi nel tempo, affrontate con gli indirizzi capitalistici organici al modello post-bellico di sviluppo subalterno italiano che, seppur territorialmente differenziati, hanno faticato a limitati successi, pervenendo da ultimo in opportunità criminali e di discredito.

Oggi la separazione ha doppia valenza:
– è “questione nazionale” che divide gli italiani che vivono la “questione della promozione dello sviluppo” nella macroarea meridionale tra buone situazioni produttive e cupe aree di malaffare, dagli italiani che vivono i problemi di “gestione dello sviluppo conseguito” nelle grandi aree industriali e metropolitane del Centro-Nord congestionato;
– ma è tantissimo “questione europea” poiché lo sviluppo delle relazioni commerciali e la gestione corretta delle nuove occasioni geo-politiche del Mediterraneo, impongono a tutto il Paese nuovi disegni politici a sostegno di questa macroarea, assolutamente indispensabile per ogni obiettivo di competitività e interazione economica europeista ed internazionale.
Un Nord cieco e leghista, da solo, precipiterebbe rapidamente a Sud-Europa, mentre l’Italia che esaltasse pienamente il valore delle autonomie regionali, potrebbe determinare nuove ed importanti occasioni di sviluppo unitario nazionale.
Alle incertezze di larghissimi strati di popolazione attiva, gli spregiudicati ministri leghisti e berlusconiani anche meridionali, offrono una semplificazione antica e brutale ed attuano una tecnica legislativa istituzionale più esperta:
– le sei regioni del Nord, che ricche e produttive vantano di pagare le tasse, smettono di versare soldi allo Stato ladrone, sprecone di denari in un Sud dichiarato mafioso ed incolto, e manutengolo di un’amministrazione inefficiente, fannullona e fedifraga;
– i politicanti, memori della bocciatura referendaria, evitano modifiche Costituzionali e con una ordinaria legge di riforma, inserita nella legge finanziaria, introducono il federalismo fiscale.
Non dunque una ordinaria legge di ammodernamento dell’amministrazione fiscale dello Stato ci propongono leghisti e loro sodali, bensì una legge che modifica l’ordinamento dello Stato, che impegna semplicemente la competenza parlamentare e potrebbe evolvere in provvedimenti surrettizi di secessione morbida.
Prime tracce di quest’indirizzo sono ravvisabili negli indirizzi di Governo sul disastro Alitalia o nei primi atti della Ministra della scuola pubblica.

Noi Comunisti Italiani non abbiamo interesse ad attardarci nella stucchevole esposizione mediatica quotidiana di cifre, costi standard delle prestazioni, tabelle più o meno suggestive di oneri certi e benefici presunti.
Chiamiamo tutta la sinistra, nelle regioni, a rivendicare in favore di tutto il mondo di lavori e cittadinanza un razionale indirizzo di politica economica e di sviluppo, contestuale per il Nord ed il Meridione.
E’ comune interesse, per esempio, migliorare in velocità e sicurezza l’intero sistema di infrastrutture di trasporto e comunicazione per incrementare l’interscambio commerciale di ricerca tecnologica, impianti, attrezzature ed esperienza umana nel settore agro-alimentare per produzioni alimentari soddisfacenti e di qualità, rivolto a tutti i Paesi del mediterraneo africano, orientale e balcanico; anche al fine di attenuare la pressione migratoria che a fame e guerra oppone il sacrosanto diritto ad opportunità di vita.

*Resp. Reg.le enti locali pdci

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