Yes Man, il titolo è quello giusto
Perché è l’uomo in questo caso che fa quasi tutto il film
Prima di farmi convincere a vedere un altro film con Jim Carrey mi sono fatta ripetere almeno cinque volte che non aveva niente a che fare coi vecchi film rocambolescamente folli alla “Ace Ventura”. Mi hanno fatto notare che i tempi di “Scemo e + scemo” sono lontani – e per fortuna! – ma ci sono cose che richiedono una forte dose di nevrastenismo per essere sopportate (troppe smorfie ho notato mi provocano tics e un vago sentore di mal di stomaco). D’altronde mi piaceva ricordarlo così com’era ai tempi di “Peggy Sue si è sposata” e rovinare l’immagine di questo moderno Jerry Lewis dopo un capolavoro come “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” mi sarebbe spiaciuto alquanto. Ma forse navigando sull’onda dell’ottimismo dilagante in piena crisi ho voluto buttarmi anch’io. E a posteriori si può dire non senza validi motivi. All’inizio forse mi sono chiesta un paio di volte nel buio conciliante della sala cinematografica se non avessi puntato troppo su Peyton Reed, ma quasi subito, travolta dall’effetto ‘maschera’, sono inciampata – lo ammetto – nell’effetto Carrey. Dopo la prima gag ,e nonostante rimembranze lontane di un magnifico creatore di gags come in “The Nutty Professor” (alias “Le folli notti del dottor Jerril”), mi sono ritrovata imprevedibilmente a ridere. E di una risata piena. Incredibile che proprio quella ‘mask’ dovesse ritornare con tanto impeto a scivolare per tre volte consecutive sullo schermo davanti ai miei occhi increduli (per il fatto che facesse ridere). Si sa attori – comunque geniali a loro modo – come Carrey, li si può solo amare od odiare come la loro stessa estrema interpretazione suggerisce. E nonostante una tale forte caratterizzazione attoriale sono pochi, come in questo caso, quelli che riescono a crescere e imparare dai mille personaggi che hanno preso corpo nelle loro vesti. Perché Carrey sarà sempre Ace Ventura. Ma trascinandosi dietro e aggiungendo al proprio bagaglio emotivo anche un maturo e complesso Joel Barish che fra una capriola e l’altra compare in uno sguardo maggiormente conscio di sé o in un tempismo che mirabilmente sa conciliare il comico con il drammatico.
E per quanto nulla di realmente drammatico vi sia in questo film dalla sceneggiatura pulita al punto da essere fin troppo prevedibile, resta comunque innegabile la scelta vincente di affidare a un animale da palco quale Jim Carrey tutto il peso del ritmo del film. Un ritmo frenetico a volte, più volutamente lento altre, ma comunque assolutamente ben calibrato al punto che non ci si accorge che sono già passati circa 100 minuti.
Un film certamente modesto come lo erano altrettanto certamente le premesse alla base, ma che se ha un pregio – oltre agli interpreti – è senz’altro quello di riuscire a passare leggero e leggermente posarsi sugli animi che dopo innumerevoli drammi (al cinema e non) hanno talvolta bisogno di ristorarsi a fonti più chiare. Chiare di quella limpidezza che a volte solo la dolce commedia sa suggerire ad orecchi affaticati.
Di capolavori, checché se ne dica, se ne fanno oggigiorno più di quanto ci si aspetti. Se solo si vedono i film di giusti.
Ma di commedie dai toni leggeri che sanno lasciare lo spettatore col cuore più leggero a fine proiezione, se ne fanno poche.
Talvolta la semplicità è più complessa della complessità stessa. E per questo più difficile.
Non quando però si hanno attori geniali dalla propria parte, come in questo caso.
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