“Giornata della terra”per il popolo palestinese
La vita dopo i bombardamenti. Tra le macerie. Si spara ancora a Gaza. E l’embargo ancora blocca alle frontiere cibo e medicine. Ma la ricostruzione comincia, lenta, con mezzi inadeguati. L’unico modo per sopravvivere alla disperazione, a Gaza. Questo racconta la carrellata di istantanee di Ester Pignone, educatrice, volontaria internazionale di ritorno da Gaza. L’occasione è la celebrazione della “Giornata della terra” (30 marzo),giorno in cui i palestinesi ricordano le manifestazioni del marzo 1976 a seguito dell’esproprio delle loro terre in Galilea da parte del governo israeliano e dell’allora ministro dell’agricoltura Sharon. “L’inizio della lotta di un popolo a mani nude contro i carri armati. Contro i tentativi di cancellare ogni identità fisica, storica, culturale della terra palestinese”, si legge sul manifestino fuori dall’aula di Lingue.
“Non comprendo il silenzio dopo la (non vera)fine dei bombardamenti. I media non si occupano più di chi ogni giorno muore, anche fuori da Gaza, per manifestare il proprio dissenso nei confronti della politica israeliana”, ci dice Taysir Asan, rappresentante della comunità palestinese a Bari, “E non capisco l’equidistanza del politicamente corretto da parte dell’Europa. Oggi il ministro degli esteri israeliano è un tale che ha basato la sua campagna elettorale sulla proposta di espulsione di tutti gli arabi da Israele, un razzista dichiarato”.
Ester parla, mentre noi guardiamo ammutoliti le foto del suo viaggio: l’arrivo a Gaza dopo il blocco al valico per giorni, la manifestazione di protesta con la delegazione di medici italiani, americani, greci e giapponesi, tutti bloccati alla frontiera per “inghippi burocratici”. E poi le case, o quel che ne resta, le tendopoli, i tunnel che dall’Egitto portano cibo e beni di prima necessità, clandestinamente, solo a chi può permetterseli, visto che dopo l’ultima guerra i prezzi si sono quadruplicati, e frutta e verdura locali sono banditi per il pericolo contaminazione da fosforo bianco. I feriti, bambini sfigurati, senza occhi e senza gambe. Il mare che, al posto dell’orizzonte, ha una fila di navi israeliane a formare l’ennesima frontiera invalicabile; le barche dei pescatori bucherellate dai proiettili e rattoppate alla bene e meglio. Le foto dei prigionieri politici e delle famiglie che dall’inizio dell’embargo hanno perso le loro tracce, ma li aspettano.
Questa è Gaza, una “prigione a cielo aperto”. “Gli aiuti umanitari servono, ma noi vogliamo la pace”, dicono i ragazzi che Ester ha incontrato e che l’hanno accompagnata in tutta la Striscia.
Senza la soluzione di questo conflitto non si può avere un mondo pacificato, ma nell’agenda politica mondiale si sta ancora discutendo se aprire o meno i confini di Gaza, prima o poi.
Mi aggrappo alla foto di Ester in cui c’è una donna (lei come tante), la casa sgomberata all’improvviso e distrutta dalle bombe. Davanti ad una tenda, la sua nuova casa, fatta coi mattoni della vecchia. Dentro, una vasca da bagno, inutile. Fuori, una fila di piantine. Nei suoi occhi, speranza e dignità.
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