Biennale d’arte, ancora polemiche

Caterina Rinaldo

Dopo i critici, tocca agli artisti avvicendarsi sul valore della pittura

2 commenta
Quali sono le prospettive dell’arte contemporanea in Puglia? Se ne è discusso – è il caso di dirlo – in occasione di un incontro promosso dalla Provincia di Bari, presso il complesso monumentale di Santa Scolastica, nell’ambito della sezione pugliese della Biennale d’arte.

Numerosi gli artisti che hanno raccolto l’invito di Nuccio Altieri a partecipare all’iniziativa. “Si tratta della Biennale più bella d’Italia” – dice l’assessore che con l’occasione ha annunciato di avere prolungato l’apertura della mostra – “sicuramente il panorama artistico pugliese ha ancora molto da dire a livello nazionale”.
L’incontro è stato moderato dalla giornalista e critica d’arte Anna Saba Didonato, che ha introdotto gli artisti presenti in sala. Il primo a prendere la parola è stato Franco Dellerba che ha presentato “Ho voglia di volare”, installazione consistente in un pinguino imperatore mantenuto in vita artificialmente. Il pinguino è naturalmente un fantoccio. Perché proprio il pinguino?

“Innanzitutto perché il pinguino è sfortunato proprio come gli artisti. – dice Dellerba – Poi perché mi ricollego ad una mia precedente installazione sperimentata in occasione di Natura naturans a Trieste. Ero stato colpito dalla presenza del logo di un pinguino, che ricordava come per la prima volta questo animale fosse presente dal vivo nell’acquario. Così ho deciso di realizzare una scultura in legno su una pedana, raffigurante proprio un pinguino, che ha riscosso un notevole successo, oltre che tra i suoi consimili in penne ed ossa, anche da parte della stampa. Successivamente ho deciso di riproporre questo tema a Bari, dove però ho sfiorato l’incidente diplomatico per via di un’ambientalista convinta che si trattasse di un animale vero. Ho rischiato che venisse qui con il suo gruppo di protesta. Poi sono riuscito a chiarire l’equivoco, ma Sgarbi mi ha rimproverato dicendo che avrei dovuto lasciarglielo credere”.

La parola è passata spontaneamente a Iginio Iurilli che ha invece spiegato le ragioni di “Extramarino”, il grande riccio che ha suscitato notevole interesse. “La storia del riccio è singolare. Nasce dall’idea di cercare qualcosa che rappresenti Bari” – che a detta dell’artista non sarebbe sufficientemente connotata (ad esempio da un monumento o dalla sua stessa storia). Inizialmente realizza una cozza (che tuttora possiede), successivamente un dattero, entrambi fuori scala. Da solo decide di realizzare i primi ricci. Successivamente è letteralmente perseguitato dalle richieste. L’opera risale al 1993, quando fu invitato alla seconda edizione di Ritorno al Mare. Più volte gli viene richiesta la progettazione di un riccio, ma i costi esorbitanti non glie lo consentono. Poi grazie alla buona volontà dell’assessore Altieri, riesce a portare la sua opera alla Biennale.

Francesco Schiavulli è invece l’autore di “Dimore”, che rappresenta un ulteriore passaggio nel suo percorso artistico, che inizia dalla danza per poi proseguire con il teatro, fino ad arrivare alla pittura e alla scultura e infine al corpo ossessivamente indagato. Si dedica successivamente alle installazioni e a quest’opera che, in occasione dell’inaugurazione, prevede anche una performance. “La scultura diviene tale – dice Schiavulli – quando viene coinvolto l’uomo”. Si tratta di un’opera mistica, in cui egli predilige l’idea di qualcosa che sia sempre diverso. Vedere la figura in piedi e poi distesa, rappresenta il suo micro mondo, che si apre ad un’umanità più ampia. Nella folla però si può essere soli e sul tema della solitudine è incentrato il polittico di Giuseppe Sylos Labini, intitolato appunto “Solitudine – moltitudine”. Dall’azzeramento del colore, egli vuole arrivare all’idea della scultura e dell’architettura, così presenta dei tubi in pvc originariamente arancioni, dipinti di grigio, su cui sono montati dei personaggi che appartengono alla quotidianità e che nonostante la solitudine fanno parte della folla. “Si tratta di un lavoro di chiusura – come dice lo stesso autore – ma anche di un fermo immagine della realtà di oggi, dove c’è solitudine nella moltitudine”.

Pietro di Terlizzi (La declinazione dell’ombra) si domanda allora se la pittura e più propriamente l’arte in Puglia, possano avere un futuro, se si considera una situazione in cui la pittura praticamente non esiste. Gli fa eco Carlo Fusca, che riferisce di avvertire un ostracismo non solo sulla pittura, ma anche su altre discipline. Il problema però sembra essere circoscritto alla Puglia. Egli ritiene che la pittura possa essere il solo strumento per esprimere sensazioni ed emozioni. Non ci sono interposizioni in pittura ed egli crede fermamente – riesumando posizioni anacronistiche – che questa disciplina possa essere l’unica forma d’espressione dell’animo umano.

Ma il pubblico presente in sala e gli stessi artisti, non accolgono favorevolmente una simile affermazione a cui, nel corso della serata, ne seguiranno altre (non meno scandalose) a mettere in imbarazzo assessore e relatore che avevano propugnato la necessità di superare tutte le polemiche caratterizzanti l’esordio della Biennale a Bari (come non scordare la querelle Marino – Sgarbi), in favore di un incontro dal sapore “letterario”. Ma c’è poco da fare, Franco Melonascina, considerato dai presenti uno dei maestri della formazione, in un intervento fatto alla LUM ricorda di avere affermato che “noi siamo uomini del contemporaneo e ognuno di noi fa arte contemporanea”.

Spesso si confronta con artisti che riconoscono al meridione una carica poetica straordinaria proveniente dal passato e si definisce mediorientale per i collegamenti con la pittura, la scultura, per l’utilizzo della terracotta, la resina e l’oro. Dovendo partecipare alla Biennale a Bari, cerca di realizzare un lavoro, dal titolo “Non è finito il carnevale”, e si definisce un cane sciolto, che proviene da un’esperienza artistica di consolidata memoria. A riscaldare gli animi contrapponendo i pittori agli installatori, è però l’affermazione che oggi le vere avanguardie siano solo pittura, scultura e disegno, tralasciando le installazioni che sono una mera decisione dell’artista, non certo forme d’arte. Non è dello stesso parere Pantaleo Avellis che sostiene che l’installazione sia la somma di tante discipline messe assieme. “Troviamo il corpo, che si muove nello spazio – afferma lo scultore / installatore – “troviamo tante gestualità che si armonizzano insieme”.

La classicità non hai mai smesso di esistere, anche una balla di fieno di Pino Pascali è un’opera classica. “Lombrichi”, realizzata da Avellis, nasce da un’idea di semplicità che fa riferimento ai grandi disastri ecologici. Il lombrico è un animale semplice, facilmente rappresentabile.

Secondo Di Terlizzi, Bari soffre di un deficit culturale causato da una politica dirigista e si chiede cosa ci sia stato in Puglia al di là della deriva. Ma la parola arte è già di per sé una risposta valida. Arte vuol dire attività umane che danno valore aggiunto. Il problema però sta nel come creare un gruppo di artisti, al di sopra del particolarismo del singolo, che si possano confrontare con il mondo. E’ però la pittura il vero oggetto della discordia dei presenti. La presenza di opere pittoriche è forte con artisti che si sono laureati presso le accademie e, a proposito di pittura, la parola passa a Jolanda Spagnolo che rappresenta una buona espressione di questo genere: “Questi discorsi sono già stati dibattuti ampiamente. In una mostra internazionale confluiscono diverse discipline. Questi sono discorsi superati”.

“I dubbi nascono quando qualcosa non va – dice Daniela Corbascio – come si fa a dire che un’installazione non è una forma d’arte al pari della pittura?”

Secondo Paolo Lunanova, “Il problema è che all’interno dell’arte, giocano diverse idee, ma l’artista è un animale onnivoro e ogni materiale rappresenta un incidente di percorso, così come non si possa stabilire nettamente dove finisca il pittore e dove inizi l’installatore. Queste barriere sono morte da anni e ci fanno pensare a come queste separazioni di fatto non esistano”.

Del resto il tentativo di muovere i primi passi verso il superamento della problematica baudleriana, posta alla base del rapporto tra pittura e fotografia (disciplina del tutto ignorata durante la serata, speriamo perché oggetto del prossimo incontro) è stato affrontato coraggiosamente nel raffronto per certi versi filologico, che si rinviene nella mostra Paesaggi e Paesaggi inauguratasi di recente presso la Galleria Nazionale Pugliese di Bitonto. E parliamo di un raffronto che coinvolge la maggior parte dei fotografi invitati alla Biennale, con paesaggisti dell’Ottocento. Il progetto espositivo prevede l’accostamento dei dipinti alle fotografie a ricercare una relazione nella modalità di rappresentazione del paesaggio (pittura) e interpretazione e lettura dello stesso (fotografia). Allora come è possibile che in una esposizione internazionale, fondata sull’accostamento delle arti, si possa, al di là della scarsa qualità di alcune opere in esposizione e di scelte più o meno dissennate, assistere ancora ad un disputa tra le stesse, quando a pochi chilometri si tenta il superamento di una problematica storica, in una lettura di respiro meno ampio?

Interviene Altieri a calmierare gli animi dicendo che gli artisti debbano avere degli stimoli per la loro sensibilità. E’ necessario riportare al centro della nostra cultura ambienti come questi dove discutere, favorire e far emergere il dibattito con una partecipazione sempre più allargata.

“Adesso parliamo d’arte” si suddivide in tre incontri, il prossimo dei quali previsto per lunedì 17 ottobre 2011 in cui sarà affrontato il tema: “La video arte e la fotografia come forma di arte contemporanea”, con gli interventi di Marilena Di Tursi e Antonella Marino.

L’ultimo appuntamento è invece fissato per il 24 ottobre e riguarderà “Le prospettive di crescita internazionale per l’arte pugliese” relatore Carlo Berardi, membro Young Collector Council Guggenheim di New York.

avatar

Nessun commento ancora. Scrivi il primo!