Una: «A Sanremo canto l’amore senza maschere»

Francesca Emilio

La cantautrice pugliese questa sera sul palco dell'Ariston con "Amare Stanca". Il video

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Energica e piena di grinta, pronta a raccontare, attraverso la musica, di storie profonde e reali, col fine di emozionarsi ma soprattutto di emozionare.

Marzia Stano, in arte Una, artista poliedrica dalla voce e dal sound dolce e allo stesso tempo intenso e carico di sfumature dal background “indie”, è la cantautrice pugliese che questa sera calcherà il palco dell’Ariston per gareggiare, in diretta su RaiUno, con altri undici artisti, in occasione delle finali del Festival della Canzone italiana di Sanremo Giovani.
La rassegna decreterà i nomi degli otto artisti che parteciperanno al Festival di Sanremo 2016, il prossimo febbraio.

Reduce da due album ( Una nessuna centomila  e Come in cielo così in terra) e dai palchi nazionali e internazionali – tra questi lo Sziget Festival, l’1 Maggio di Taranto e l’Hit Week – Una torna a calcare un importante palco italiano omaggiando la canzone d’autore italiana con Amare stanca, un lamento poetico sulle pene d’amore, ma anche un canto di speranza dedicato alla bellezza dell’amore e alla bellezza dell’atto di amare, misura, così come raccontato da lei in quest’intervista rilasciata a BariLive.it, vera e propria dell’amore.

Il tuo album di debutto è stato “Una Nessuna Centomila”. Oggi, chi è Una rispetto a quel passato? Chi è Una e chi è Marzia? E cosa ha l’una che manca all’altra?
«Una è la maschera che ho scelto per rappresentare chi sono. È il quaderno bianco dove scrivo i miei segreti, i miei pensieri, le delusioni e i successi. Marzia ha la grinta, Una ha la dolcezza, Marzia sente e prova emozioni, Una le descrive, Marzia sbaglia e Una risolve, non potrebbero esistere l’una senza l’altra».

Il brano che presenterai il prossimo 27 novembre sul palco dell’Ariston è “Amare stanca”. Una poesia sulle pene dell’amore, ma anche sull’elogio alla bellezza dell’amore, alla capacità che l’atto di amare ha nel farci sentire vivi e di trasformare tutto il “brutto” in “bello”: come è nato questo brano? Cosa è per Una?
«L’amore è la forza più grande del mondo e la sua misura purtroppo è la perdita. Per questo ho scritto questo brano, perché quando arriva l’amore dobbiamo tenercelo stretto e apprezzare ogni piccolo gesto, ogni piccolo sorriso. Il nulla è ancor più penoso di un tradimento, e non bisogna aver paura delle proprie fragilità, bisogna comunicare, dirsi la verità affrontandola insieme. “Se la luna è bugiarda, questo sole dice la verità, i tuoi baci più dolci sono stati soltanto morsi di vipera”. Questa frase esprime il velenoso dolore che deriva non tanto da un errore commesso, quanto dall’inganno e dalla disonestà che spesso c’è tra due persone. Ecco perché il messaggio finale…è “amore torna, addormentarmi con te mi manca e anche se amare stanca, mi faceva sentire viva”. Amarsi senza maschere, senza riserve, senza paura di sbagliare, perché se la misura dell’amore è la perdita, la misura della vita è proprio l’amore!»

Nei tuoi due album (Una Nessuna Centomila e Come in cielo così in terra) tratti diversi temi, storie di scoperta di se stessi, della propria sessualità, storie d’amore, ma anche storie che narrano di un presente difficile, come quello che sono costretti a subire i cittadini che vivono “Sotto il cielo dell’Ilva”. Filo conduttore la quotidianità che si esprime attraverso la reale natura delle cose. Come nascono le tue storie? E cosa vogliono lasciare agli ascoltatori?
«Le mie storie nascono da esperienze vissute, dai racconti dei miei amici, dalla lettura del giornale, dalla visione di un film o l’ascolto di un disco, e l’idea di una canzone nasce contemporaneamente all’emozione che sto provando in quel momento. Capita spesso quindi che mi assenti col pensiero, e scriva le prime righe di testo sul cellulare, sul retro di un libro o sul mio quaderno ovunque io mi trovi. Poi torno a lavorarci in un secondo momento per dargli una forma. Le mie canzoni sono più simili ad una fotografia che ad un quadro astratto e siccome lo scatto iniziale nasce da un’emozione reale, ciò che voglio lasciare agli altri è appunto la possibilità di riconoscersi in quella storia e di emozionarsi a loro volta».

Il tuo viaggio verso questo traguardo è un viaggio iniziato molto tempo fa all’interno delle scene musicali indipendenti: trovi sia difficile emergere al giorno d’oggi? Quanto lavoro c’è dietro questa nuova avventura e cosa consigli agli artisti che vorrebbero intraprendere il tuo stesso percorso?
«Si, è molto difficile, io ci lavoro da più di dieci anni e sento di essere solo all’inizio. La parte più importante sta nel cercare un proprio linguaggio che ci calzi a pennello. Spesso ascoltiamo e ci piacciono cose molto diverse da quello che in verità siamo più bravi a dire e a fare. Quindi una volta trovato il proprio stile e la propria poetica, l’unica cosa da fare è perseverare, insistere, non lasciarsi abbattere dalle sconfitte. La tv, la radio, i giornali, parlano solo dei successi dei grandi, ma non bisogna mai dimenticare che dietro un solo successo ci sono almeno dieci fallimenti. Personalmente per raggiungere il mio sogno ho rinunciato a molte cose diciamo più “rassicuranti” del percorso musicale, ma tra giocare al girotondo e stare sull’altalena, preferisco la vertigine dell’altalena! Perciò chi intraprende questa strada deve essere pronto a fare grandi rinunce, a lavorare tanto e sodo, a mettersi in discussione pur restando sempre fedeli a se stessi».

Nel 2008 sei stata premiata dal “Manifesto” per il testo “Missione e sottomissione” in occasione dell’anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti umani. Il 2008 sembra lontano, ma le tue canzoni, di allora, e di oggi, restano attuali: quanto è difficile, per te, vivere in una realtà che non rispecchia ideali e speranze raccontate nei testi?
«Le canzoni servono proprio a questo, penso. Se ascolto Giorgio Gaber o Fabrizio De Andrè riesco a sorridere di un mondo che senza la musica farebbe più paura. La musica è capace di farci sentire meno soli, a volte ci da la forza di buttarci tutto alle spalle e di andare avanti, di lottare per una causa o semplicemente di alzarci dal letto e andare a scuola o a lavoro col sorriso. Oltre ad emozionare e portarci lontano con l’immaginazione, il ruolo di un cantautore onesto a mio avviso, è anche quello di stimolare il pensiero, di farci porre le giuste domande, perché le risposte sono già dentro di noi».

Hai calcato diversi palchi, italiani e stranieri, ricordiamo il mini tour europeo, ma anche il 1 Maggio di Taranto. Dove ti sei sentita più “ascoltata” fino in fondo e cosa ti ha portato a Sanremo?
«Cantare all’estero è stato meraviglioso, vedere la gente di altri paesi portare il tempo con le mani, canticchiare assieme a me alcune melodie è stata la prova che la musica è un linguaggio universale. I festival italiani come il 1 maggio di Taranto dove c’erano centinaia di migliaia di persone unite da una causa importante e dall’amore per la musica, sono una bomba di adrenalina pazzesca, ma ti confesso che mi piace molto esibirmi anche a teatro, dove il religioso silenzio della sala ti restituisce una sensazione di magia, e anche un semplice sospiro si carica di meravigliosa intensità. Cosa mi ha spinto a partecipare a Sanremo? Canto in italiano, faccio pop d’autore, mi sembrava abbastanza maturo tentare di partecipare a Sanremo, quel traguardo è il sogno di tutti quelli che come me desiderano arrivare al cuore di più persone.
Sono Una non troppo diversa dagli altri alla fine
».
 

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