Musica e parole in “vivavoce”. Tutto esaurito per De Gregori

Francesca Emilio

Il cantautore venerdì sul palco del TeatroTeam

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Sold out ieri al Teatroteam di Bari per Francesco De Gregori. Il cantatutore ha sorpreso ed emozionato il pubblico del capoluogo pugliese con l’esecuzione live di Vivavoce, suo ventunesimo album, prodotto da Guido Guglielminetti, nel quale, in collaborazione con diversi artisti e musicisti, ha rivisitato ventotto tra le più significative canzoni del suo repertorio con arrangiamenti del tutto inediti.

Vivavoce tour è una vera e propria richiesta di ascolto, in cui l’artista, attraverso un silenzio tutt’altro che disarmante, parla agli ascoltatori soprattutto con parole e melodie. Musica e parole, solo questo, tutte, “foderate” di sonorità che rimandano a ricordi lontani ma anche a possibilità future, nel tentativo di creare uno scenario collettivo in cui l’atto di ascoltare sia sentito, fino in fondo, come un “senso di comunità generazionale”.

Lo ha dimostrato bene ieri il cantautore che, accompagnato dalla sua band composta da Guido Guglielminetti al basso e al contrabbasso, Paolo Giovenchi e Lucio Bardi alle chitarre, Alessandro Valle al Pedal Steel Guitar e al mandolino, Alessandro Arianti al piano e all’hammond, Stefano Parenti alla batteria, Elena Cirillo al violino e ai cori, Giorgio Tebaldi al trombone, Giancarlo Romani alla tromba e Stefano Ribeca al sax, ha eseguito le sue canzoni senza nessuna parola tra un pezzo e l’altro, lasciando alle sue poesie il compito di raccontare, senza riserva, ogni emozione: da quelle pregne di sentimenti malinconici, a quelle colme di gioia, senza tralasciare quelle di rabbia e indignazione, volte a scuotere le coscienze.

Più di due ore di concerto con oltre venti canzoni in scaletta, tra queste: Alice, Un guanto, Viva l’Italia, Sotto le stelle del Messico a trapanàr, Atlantide, Niente da capire, Vai in Africa Celestino!, Caterina, Finestre rotte, Volavola, La leva calcistica della classe ’68, Generale, Il panorama di Betlemme, Titanic, Il canto delle sirene, Caterina, Battere e levare, Mayday, Caldo e scuro, Buonanotte Fiorellino, La donna cannone e Santa Lucia.

Tutti brani che, dalla prima all’ultima nota, hanno incantato il pubblico lasciandolo raccolto in un silenzio quasi sacro, soprattutto in Santa Lucia, pezzo che ha emozionato tutti, dal pubblico più giovane a quello più adulto, scatenando una standing ovation, non solo per la splendida interpretazione ma anche per l’intento: quello di ricordare «gli amici che vanno» via e non potranno più tornare. Lucio Dalla, in questo caso, uno degli artisti che De Gregori ha deciso di omaggiare in questo album, fondendo la musica di Santa Lucia con il riff iniziale di Com’è profondo il mare.

Ma a scaldare gli animi ci hanno pensato anche pezzi come  Generale  o La Donna cannone, ma anche Buonanotte Fiorellino, eseguito sia nella versione più c onosciuta al pubblico sia in quella più ritmata e festosa, contenuta nell’ultimo album, che richiama A rainy day women #12 & 35 di Bob Dylan.

Quella di ieri è stata un’unione di anime e generazioni che ha visto partecipare un pubblico trasversale che ha lasciato “parlare” De Gregori con l’anima, oltre che con voce e strumenti, lasciandosi trasportare nelle storie, spesso sospese tra sogno e realtà, tra trascendentale e quotidiano, di un artista che ha scritto, con altri, la storia del cantautorato italiano. E lo ha fatto senza tralasciare nulla, nessun tipo di emozione, nessun tipo di racconto, perché ogni essere umano è coinvolto. “La storia siamo noi, nessuno si senta offeso, la storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso” ha scritto De Gregori – ed è così che, ancora oggi, riesce a parlare a tutte le generazioni, con quell’atteggiamento di chi è ermetico solo all’apparenza, ma riesce a dire tanto con musica e parole, anche quando resta immobile sul palco. Ancora, dopo anni, senza troppo ottimismo e troppa modernità, restando fedele alle radici senza, però, dimenticare la strada ancora da percorrere e, soprattutto, senza avere paura di reinventarsi per intraprendere nuovi percorsi, diversi, sicuramente, ma pieni di verità e semplicità perché “la vita è come un gioco da vivere perdutamente”.
 

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