I detenuti si occuperanno di bonifica e manutenzione delle aree dell’Acquedotto

Protocollo d'intesa tra ente idrico, Regione e amministrazione penitenziaria. Vendola: «Una tipica esperienza di giustizia riparativa»
I detenuti saranno coinvolti nella manutenzione delle aree verdi e di altri siti di competenza dell’Acquedotto pugliese.
I dettagli dell’accordo sono contenuti in un protocollo d’intesa firmato oggi tra Regione Puglia, ente idrico e il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria.
L’inclusione sociale delle persone adulte sottoposte a procedimento penale la bussola dell’accordo, firmato da Nichi Vendola, Nicola Di Donna (Aqp) e Giuseppe Martone (amministrazione penitenziaria).
«Una tipica esperienza di giustizia riparativa» secondo Vendola. «È una cosa bellissima tanto più se collegata alla manutenzione della rete idrica, cioè di quella rete che protegge il bene comune fondamentale, quale è l’acqua. Loro fanno un lavoro vero, la manutenzione, la messa in sicurezza, la bonifica, e lo fanno come un atto di responsabilizzazione. E l’amministrazione penitenziaria concretamente adempie in questo modo ad un dovere costituzionale, che è quello di fare in modo che il periodo della pena sia un periodo di tirocinio ad una più adulta capacità di stare in società».
Per una specifica fascia di detenuti sarà un’opportunità di lavoro. Si procederà, lungo la rete dell’Acquedotto, con lavori di manutenzione, messa in sicurezza, pulizia, bonifica. «Un’esperienza lavorativa vera – ha sottolineato il presidente della Regione – che è quella che in qualche modo è prevista dall’articolo della nostra Costituzione che dice che la pena serve a offrire una chance di ripensamento e di reinserimento di chi ha infranto le regole. Non sono lavori forzati, che erano lavori non produttivi, lavori che servivano semplicemente ad offrire un supplizio supplementare al detenuto, e non sono lavoretti come se il carcere fosse un asilo nido. Stiamo parlando di formazione e avviamento ad un lavoro vero ed è un modo con il quale il detenuto, che è una persona che ha infranto le regole e ha tolto qualcosa alla società, in qualche maniera restituisce qualcosa alla società».
«Ne abbiamo fatta tanta di strada – ha concluso Vendola – dall’esperienza tessile realizzata dalla donne nel carcere di Lecce, a quella dell’agricoltura carceraria realizzata nella Casa circondariale di Bari, fino ad oggi con il protocollo per il lavoro all’esterno. Sono tante piccole buone pratiche che rendono credibile parlare, secondo quella espressione che è un ossimoro, di carcere della speranza. Resta un ossimoro, però queste buone pratiche lo rendono un po’ più credibile».
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