Cultura

Mostra fotografica sui “Laogai”, i campi di concentramento e lavoro forzato in Cina

la Redazione
Voluti da Mao Zedong nel 1948 sono attivi ancora oggi
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Dietro la parola “Laogai” si nasconde un inferno a cielo aperto.

Uno squarcio di verità su una realtà aberrante che  nega i diritti umani, disprezza la dignità e la libertà dell’uomo si è fatto strada, ieri pomeriggio, alla Provincia di Bari,  con il convegno pubblico ed una Mostra fotografica dedicati ai campi di concentramento e lavoro forzato in Cina.

I Laogai, voluti da Mao Zedong , dal 1948 ad oggi, hanno ridotto in schiavitù non meno di cinquanta milioni di persone. I diritti umani calpestati dal regime di Pechino sono stati raccontanti al pubblico grazie all’evento di alto profilo formativo, promosso dalla Provincia di Bari, al quale sono intervenuti il presidente Francesco Schittulli, il noto giornalista Rai, Aldo Forbice da sempre impegnato nella salvaguardia dei diritti umani e Toni Brandi, presidente della “Laogai Research Foundation Italia”, l’associazione che promuove un’intensa  campagna di sensibilizzazione per far conoscere le pratiche inumane perpetrate in Cina, tenute nascoste dai governi e dalla stampa.

Nel corso dell’ultimo viaggio a Marzo – ha riferito Schittulli – nel grande Paese asiatico, Monti ha affermato che vede, nella Cina, un importantissimo partner strategico e che intende rafforzare il più possibile l’ottima collaborazione per sviluppare nuove relazioni bilaterali e multilaterali.

Non una parola sui diritti umani, calpestati dal regime di Pechino, è stata accennata. Per il Governo italiano pare, dunque, che sia molto più importante la dimensione degli affari, degli interessi delle banche, piuttosto che la denuncia delle attività di un regime che riserva solo orrore per i suoi cittadini, perseguitando i seguaci di ogni religione, soprattutto i cattolici, considerati pericolosi sovversivi al soldo di una potenza straniera (lo Stato della Città del Vaticano), ma anche i monaci buddisti, che hanno subito stermini. Dal marzo 2011 ad oggi, più di trenta tra monache e monaci tibetani si sono dati fuoco per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale su tali questioni. Poi ci sono i campi di concentramento, i famigerati Laogai, se ne contano più di mille, dove sono rinchiuse, come bestie, milioni di persone, se ne calcolano dai 3 ai 5 milioni: dissidenti e anche i cristiani, che lavorano dalle sedici alle diciotto ore al giorno per produrre beni che invadono i nostri mercati. Risultano 314, le imprese commerciali catalogate nel database “Dun & Bradstreet” collegate a dei campi di concentramento e 110 sono i Laogai che pubblicizzano le loro attività sul web in lingua inglese e altre lingue, incluso l’italiano.  Nella nostra Europa dedita ad elogiare la crescita, la ricchezza, le conquiste tecnologiche della Cina e a creare relazioni commerciali, solo la Chiesa Cattolica, con Benedetto XVI, nel 2007, ha avuto il coraggio di criticare apertamente e duramente Pechino. Oggi non posso che constatare un Parlamento italiano in completo stato di auto-delegittimazione”.

La parola è poi passata ad Aldo Forbice, che ha spiegato che in Cina: “i detenuti in queste prigioni devono lavorare senza fermarsi per conquistarsi un po’ di cibo per sfamarsi; la detenzione non prevede processo, non prevede imputazione, tantomeno un riesame giudiziario; una volta entrata in un Laogai, la persona è considerata un “prodotto” da sfruttare al massimo capace di produrre qualsiasi bene commerciale, dai vestiti alle scarpe, dalle spezie ai tessuti, dagli alimentari ai cosmetici fino ai prodotti tossici. Le donne sono costrette all’aborto; non è dato conoscere il numero delle esecuzioni capitali che avvengono all’ordine del giorno: l’autorità cinese non le comunica. Prima ai parenti del giustiziato si faceva pagare anche la pallottola, adesso si utilizzano le iniezioni mortali per preservare gli organi che verranno espiantati per poter essere piazzati sul mercato del traffico di organi o per ricavare collagene dalla pelle dei prigionieri per creme cosmetiche destinate al mercato europeo. Questa è solo una minima parte di ciò che accade nei “Logai”: il resto è coperto dal silenzio e dalla disinformazione.

Quando si chiede alle autorità cinesi a che punto è la salvaguardia dei diritti umani nel loro paese, sono soliti rispondere: “siamo sensibili a questa esigenza, ma abbiamo bisogno di tempo”.

Dal 2010, la “Laogai Research Foundation Italia” che collabora con la sede internazionale di Washington, al fine di sensibilizzare i mass media e le autorità politiche occidentali sulla continua violazione dei diritti umani in Cina, ha presentato alla Camera dei Deputati un progetto di legge contro l’importazione e il commercio dei prodotti del lavoro forzato. “La Cina – ha affermato Toni Brandi – la definisco un regime capital-nazista. I Laogai sono parte integrante dell’economia cinese. Sono considerati fonti inesauribili di mano d’opera gratuita: milioni di persone, rinchiuse, che costituiscono la popolazione di lavoratori forzati più vasta del mondo. Sarebbe un gesto di civiltà diffondere la consapevolezza su una pratica inumana, rispetto alla quale, di fatto, concorrono tutti coloro che in Occidente promuovono e acquistano prodotti cinesi.

"Di quest’iniziativa se ne potrebbero fare promotori i politici italiani che richiamano, nella loro azione politica, i principi ed i valori cattolici. Così come, sarebbe opportuno intervenire sulla politica cinese del figlio unico, che ha impedito, si stima, 400 milioni di nascite dal 1979: almeno 550mila bambine all’anno sono state soppresse. La stampa nazionale dei paesi occidentali tace, non solo per il problema morale ma soprattutto economico. Immensi gli interessi economici in ballo. E anche il nostro Monti, conosce bene questa realtà di un paese che impone il lavaggio del cervello. Ma senza andare lontano, i Laogai, da tempo, sono stati ricreati anche in Italia”.

venerdì 30 Novembre 2012

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