CIE: permanenza temporanea o lager?

Miriam Maggi

“Class Action” portavoce procedimentale di giustizia

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Le persone che conoscono direttamente i Centri di Identificazione e di Espulsione parlano di diritti negati, bocche cucite e profonda disperazione, elementi generali palesemente segnati da un circuito anticostituzionale. Storie raccapriccianti e volti che perdono dignità vengono quotidianamente narrati, nonostante ai giornalisti con una circolare (n. 1305) dell’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni è stato vietato l’accesso a tutti i centri d’Italia, anche se accompagnati da parlamentari. Buchi neri nella galassia del silenzio che ospitano culture diverse, realtà e anime in rivolta rinchiuse per 18 mesi tra mura alte, filo spinato e condizioni di detenzione che non rispettano neppure i parametri normativi vigenti per gli Istituti penitenziari statali.

Anche la città di Bari possiede il suo CIE noto negli anni per le precarie condizioni igienico-sanitarie e le testimonianze di disagio fornite dai clandestini. L’associazione Class Action Procedimentale costituita da sei soci fondatori e presieduta dall’avvocato Luigi Paccione ed il suo vice Alessio Carlucci non tollerano i gravi soprusi compiuti nella propria terra e hanno dato vita ad una vera e propria iniziativa con un atto di citazione presentato il 21 marzo al Tribunale civile di Bari.

“La nostra associazione è l’espressione della società civile come rimedio democratico- dichiara il presidente– noi pretendiamo che nella storia della città di Bari non ci sia una struttura lesiva dei diritti fondamentali dell’uomo. Noi vogliamo eliminare questo cancro umanitario attraverso la stessa chiusura del centro.”  La presentazione dell’atto di azione popolare, sono state illustrate ieri mattina nello storico ed incantevole ristoro letterario “Terranima” in via Putignani. La loro azione è un provvedimento con una valenza significativa dal punto di vista giuridico-sociale ma soprattutto morale che d’altronde si sarebbe potuta concludere con un semplice urgente da parte del Comune.

“Abbiamo agito sostituendoci alle Istituzioni, facendoci portavoce come attori popolari di una garanzia – afferma Luigi Paccione- ed il rispetto dei diritti umani sul territorio. Quella è una vera e propria struttura carceraria e la nostra azione che trae nutrimento dal nostro ruolo di avvocati, vuole tutelare questa gente che non possiede voce!”

Manifesta tutto il suo sostegno all’attività dell’Associazione giuristi democratici l’assessore alla Cittadinanza sociale e politiche di inclusione dei migranti,
Nicola Fratoianni. “Per noi i Cie rappresentano una ferita aperta per la democrazia del nostro paese.Come giustamente viene ribadito nell’iniziativa dell’associazione giuristidemocratici queste strutture sono delle vere e proprie carceri conl’aggravante che al loro interno non sono garantiti nemmeno i diritti e legaranzie previste dall’ordinamento carcerario...E’ giunto il momento che si riveda organicamente la normativa sulla materia dell’immigrazione – conclude Fratoianni – a cominciare dall’istituto dei CIE”.

Ora si attende la risposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Interno, La Prefettura, il Comune e la Provincia di Bari citata in giudizio a comparire il 6 Luglio 2012 innanzi al Tribunale Ordinario di Bari.

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Commenti

  • anicam (utente non verificato)

    queste strutture sono delle vere e proprie carceri conl’aggravante che al loro interno non sono garantiti nemmeno i diritti e legaranzie previste dall’ordinamento carcerario
    Se questa fosse la realtà, perchè i carcerati non chiedono l’assistenza dei rappresentanti dei loro paesi,ambasciatori,consoli ecc per essere difesi ed eventualmente scarcerati e scontare l’eventuale pena nei loro paesi d’origine, nelle loro carceri che saranno migliori delle nostre e dove sicuramente sono garantiti tutti i loro diritti.

  • BariDomani (utente non verificato)

    Nessuno potrà garantire i diritti a queste persone,causa la gravissima crisi economica che ci ha ridotto in povertà.E poi lo dico da sempre,cosa possiamo garantire in quanto a lavoro ecc..le loro ambasciate se ne fregano,tanto chi paga per tenerli in quelle “galere”,siamo noi.