Campagne periurbane al servizio della città

Caterina Rinaldo

Il tema del Terzo paesaggio al centro del dibattito sui margini della città

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Gilles Clément ingegnere e paesaggista francesce indica con l’espressione “Terzo paesaggio”, quei luoghi abbandonati dall’uomo, che possono rivestire grande importanza per la loro evoluzione nell’ambito del territorio. Si tratta di zone disabitate, di aree industriali, di spazi destinati all’agricoltura, del ciglio delle strade, di aiuole piene di erbacce, di ambiti senza una specifica connotazione. Egli ritiene che queste realtà, sebbene accomunate dall’assenza di attività umana, possano essere fondamentali per la conservazione della diversità biologica.

Parlare di quella fascia di territorio ai limiti della città, dove sopravvivono ancora campagne e lame, è il tema dell’incontro organizzato dall’associazione “Il Murattiano”, che ha riunito diverse personalità per discutere delle aree vuote ancora incorporate nella dimensione urbana. Titolo dell’incontro: “Gli spazi vuoti ai margini della città. Spazi da riempire o da reinventare?”

L’intento è di guardare alle aree e ai margini che abbiano un carattere spiccatamente rurale. Una di queste è la zona del quartiere Poggiofranco di via Cacurri, in cui esiste ancora un rapporto molto forte con la campagna oppure il cuneo di verde esistente tra il quartiere Japigia e il quartiere San Pasquale, nei pressi del Sacrario. O ancora il quartiere San Paolo. Perchè il Murattiano ha deciso di occuparsene? Perchè la crescita della città è consistita in una conquista progressiva di vuoti. E’ avvenuto così nella zona di corso Cavour, dove sorgevano numerosi spazi aperti. La prima pietra del quartiere murattiano è stata posta sul “limite delle mura dei campi e del mare, in cospetto della cerchia antica”.

Oggi i campi sono stati tralasciati e l’occasione di rilancio è data dalla Regione Puglia, che ha inserito questo “tema della città-campagna” nel piano paesistico. Secondo Maria Valeria Mininni si pensa erroneamente che il Terzo paesaggio sia una questione marginale, inerente zone neglette. In realtà il problema travalica la semplice questione estetizzante Si tratta di orientare la progettualità sul tema dell’agricoltura periurbana, in maniera da trasformare questi luoghi in occasioni di miglioramento della città. Francesca Calace pone al centro della riflessione, la necessità di ripensare ai margini urbani che per anni sono stati un problema pubblico. E’ necessario che l’interesse diventi collettivo per evitare la “sindrome delle finestre rotte”. Si tratta di una teoria sviluppata da James Wilson e George Kelling, che ha dimostrato come l’ambiente influisca sul comportamento umano. Se si rompe il vetro di una finestra e questo non viene riparato, presto si romperanno tutti gli altri. Degrado chiama degrado. Abbandono genera abbandono.  Il modo in cui manteniamo lo spazio urbano incide sulla socialità. Quali possono essere allora le iniziative da mettere in atto? Durante l’incontro emergono diverse realtà avviate nel territorio, che costituiscono validi esempi di utilizzo degli spazi periurbani e residuali.

Una di queste è costituita dal centro di educazione ambientale Masseria Carrara, un complesso del settecento, dotato di un parco e di una chiesa, che sorge al margine di una campagna abbandonata, al limite di alcune discariche. Questa struttura è stata recuperata e la masseria da rudere, è diventata  lanterna per provare a raccontare nuove storie attraverso i segni e la presenza dell’uomo. Il parco è il cuore della masseria: si tratta di un giardino storico, che è stato salvaguardato creando dei viali tematici e un frutteto. Al suo interno sono state scoperte delle orchidee selvatiche e un uliveto secolare e da due anni è stato avviato un progetto di orticoltura. Inoltre sono stati organizzati dei corsi di vivaismo urbano e una serie di eventi per coinvolgere la cittadinanza. Questa struttura oggi fa vivere la zona in cui sorge, in modo da interessare tutte le fasce dell’utenza.

Sempre nell’ambito del coinvolgimento della popolazione residente e degli interventi sugli spazi vuoti, si inserisce il progetto portato avanti da Garden Faber. Nato durante il 2010 grazie a Principi Attivi, Garden Faber si configura come via di mezzo tra il cittadino e l’istituzione, ricollegandosi all’idea di governance. Al momento si occupa degli spazi delle case popolari di via Bruno Buozzi di cui alcuni cittadini hanno deciso di appropriarsi in modo informale.

“E’ interessante ragionare sul concetto di spazio residuale” – dice Giorgia Lubisco – “Gli spazi verdi nella vecchia concezione urbanistica erano poco più che dei retini ed erano soggetti ad una continua manipolazione. Oggi la ricerca di queste aree verdi in contesti degradati, rappresenta un modo per recuperare dei luoghi puntando sulla loro bellezza“.

All’interno delle palazzine si è dato spazio a degli incontri per dialogare con la popolazione ed è emerso che tutti hanno dei ricordi legati al passaggio dalla campagna alla città. In particolare quando si recavano a Bari per vendere la legna. La campagna è presente iconograficamente nell’immaginario collettivo. “Vivere è passare da uno spazio all’altro cercando di non farsi troppo male” – scrive Perèc in “Specie di Spazi” – soprattutto aggiunge Gioriga Lubisco: “Gli urbanisti dovrebbero impegnarsi a non fare troppo male”. E’ possibile allora pensare ad un patto città-campagna per Bari? E’ possibile sulla base della cultura e degli interessi locali dire se tutto questo sia possibile? Secondo Angela Barbanente il tema è di grande importanza, ed è legato ad una serie di politiche che la regione ha cercato di attuare anche attraverso il piano paesistico. I nuovi strumenti urbanistici ribaltano la prospettiva rispetto la pianificazione tradizionale partendo da quei “vuoti”, che sono dei pieni solo se riusciamo a leggerli. Ci sono tanti elementi della nostra storia e cultura che rischiano di essere cancellati dalla crescente urbanizzazione, che tutto riduce al binomio spazio edificato-spazio libero, annullando l’identità della campagna.

Gli strumenti a disposizione, arginando l’espansione della città verso la campagna, parallelamente svuotano i centri urbani. Occorre allora incidere attraverso le forme dell’urbanizzazione in particolare attravero il DRAG (Documento regionale di assetto generale). Questo non basta: occorre agire attraverso gli strumenti di tipo programmatico, che prevedono appositi finanziamenti che riguardano lo spazio rurale. Questo è l’aspetto più importante del piano attraverso cui si individuano elementi di qualità che non investono solo le categorie enunciate dalla legge Galasso. “Abbiamo ancora molte misure che guardano alla campagna produtttiva piuttosto che alla campagna periurbana. Occorre nella programmazione 2014 e 2020, ancorarsi al piano territoriale nell’ottica del presidio degli ambiti territoriali che sono i più fragili”, dice l’assessore. Sono quelli che hanno più valenza ai fini della riconnessione tra città e campagna, per recuperare quell’immaginario di una campagna al servizio della città. “Bari rivolge una particolare attenzione alla campagna” – aggiunge Elio Sannicandro, assessore all’Urbanistica –  “In particolare alle aree periurbane che non hanno una destinazione urbanistica, la maggior parte delle quali, situate nella fascia di transizione, sono abbandonate. Il vero problema però è come far diventare tutto questo sostenibile dal punto di vista economico“.

Del resto anche la fotografia contemporanea ha rivelato l’importanza di questi spazi nell’ambito della realtà urbana. Non a caso durante l’incontro scorrono le immagini dell’ingegnere-urbanista Michele Cera (Garden Faber) che da tempo conduce una personale ricerca su quegli ambiti che egli definisce “fragili”. Il Terzo paesaggio è la somma del residuo – sia rurale che urbano – dice ancora Clément. E’ un luogo di indecisione sia per le amministrazioni che per l’utilizzo programmato da parte della società, è l’opposto del giardino organizzato.
 

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