Shock ‘Diaz’, in diretta dall’inferno del G8 di Genova

Nicola Andrisani

Il controverso e intenso film di Vicari ha aperto il Bif&st 2012

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Crudo e cupo. A tutti gli effetti un reportage, considerato da molti realistico, su una delle pagine più violente e oscure degli ultimi decenni.

‘Diaz – Don’t clean up this blood’ di Daniele Vicari ha aperto al teatro Petruzzelli il Bif&st 2012, non senza polemiche, ma con l’apprezzamento per una pellicola che ti arriva come un pugno allo stomaco. Non è solo questione di manganellate, denti spaccati, sangue e devastazione ai danni di manifestanti inermi scambiati per black bloc. Quello che rimane è il senso di angoscia su una vicenda che ha gettato ombre pesantissime sulla polizia e sulle sue azioni all’interno di una scuola trasformata, secondo testimoni, in una ‘macelleria messicana’ per la crudeltà di un assalto arbitrario e ingiustificato. Vicari sceglie la tecnica della ricostruzione attraverso tanti punti di vista che si incrociano, cercando di comporre tessera dopo tessera un mosaico fatto di depistaggi e orrore.

Tante storie che convergono tutte verso il plesso scolastico trasformato in Media Center indipendente e punto d’incontro logistico dei movimenti del Social Forum italiano e internazionale.

Quella sera non si cercavano solo black bloc, già belli e fuggiti. Per Vicari era in atto una vera e propria punizione, atta a ‘sfogare’ le frustrazioni delle forze dell’ordine dopo giorni e giorni di scontri continui tra no global e agenti. Ottima e credibile la prova del cast a cominciare da Claudio Santamaria, nei panni del poliziotto Max Flamini, tra i comandanti dei reparti impegnati nell’assalto, l’unico a chiedere ai suoi uomini di fermarsi.. Molto bravo anche Elio Germano, nel ruolo di un giornalista bolognese coinvolto nel pestaggio. Intensa anche Jennifer Ullrich, alias Alma Koch, no global tedesca picchiata e seviziata nell’altro luogo simbolo di quella notte, la caserma di Bolzaneto dove la polizia condusse alcuni manifestanti che lì sarebbero stati sottoposti a pesanti umiliazioni corporali.

Un pesante atto d’accusa a una vera e propria regia che attraverso false testimonianze e prove inventate, avrebbe voluto giustificare un’azione del genere, rivelatasi poi un boomerang sugli agenti e dirigenti della Polizia di Stato. Argomenti scottanti che non hanno mancato di dividere anche in sala, con qualche contestazione isolata per l’eccessiva durezza delle scene.

Il film, accolto con grande entusiasmo al festival di Berlino, non ha infatti avuto un percorso gestativo facile: “Non ho trovato molti ‘compagni di viaggio’ – ha spiegato il produttore Domenico Procacci – nella produzione. Questa è la prima proiezione dopo Berlino con un pubblico. E’ molto violento ma le persone che erano lì quella notte e hanno visto la pellicola ci hanno detto che la realtà è stata peggiore”. “Ciascuno di noi – ha affermato il regista Vicari – si deve assumere la responsabilità di un gesto forte. Con questo film abbiamo voluto dare un segno nel piano cinematografico e civile. Volevamo urlare, non più sussurrare”.

Il governatore pugliese Vendola, presente per inaugurare la manifestazione, ha commentato così il film: “Sono contento di assistervi. Tutte le cose brutte che accadono nella nostra società bisogna saperle affrontare con razionalità”. Nel corso della serata, aperta da Felice Laudadio ed Ettore Scola, è stato consegnato il primo premio della rassegna, il ‘Fellini 8 e 1/2’ alla regista Liliana Cavani.

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