La Terza età è la nuova “golden age”

Guppo Serena Assistenza

Gli anziani hanno la risposta ai problemi attuali

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Quante volte abbiamo detto, o ci siamo sentiti dire, “sei un nonno” per definire una persona pigra, stanca, povera iniziativa? Tante.

Il tempo passa, il mondo si evolve, ma i modi di dire rimangono radicati e diventano asincroni rispetto alla realtà. Basta osservare ciò che accade ai “nonni” del XXI secolo. Arriva l’età della pensione e, salute permettendo, per queste persone inizia una nuova vita: pare quasi si nutrano di una voglia di riscatto nei confronti di un passato fatto di privazioni. Certo, la colpa non è solo degli anni precedenti, la colpa è del futuro che è arrivato troppo presto, dei computer che per loro sono arrivati troppo tardi, dell’evoluzione che ha preso in braccio i giovani, lasciando chi era già attempato un passo indietro. E allora che fare? Loro decidono di rimettersi in gioco: viaggi, università della terza età, corsi di computer, nuovi amori, amici, vecchie passioni tornate in auge e nuove passioni coltivate. Gli anziani (che brutta parola) non demordono, d’altronde la vita gli ha insegnato questo: molti hanno vissuto il periodo delle guerre, il periodo di un regime fatto di restrizioni, hanno visto un Paese sgretolarsi, poi riunirsi, il boom economico, il’68, le crisi petrolifere, hanno assaporato il benessere dopo anni di rinunce e sacrifici. Per loro è assurdo pensare che con due stipendi non si riesca a mandare avanti una famiglia, loro che sono sempre stati abituati a vedere le donne a casa e gli uomini al lavoro. E’ difficile comprendere le crisi dei giovani, perché per loro le crisi sono state una costante della vita.

Da ciò che la vita gli ha insegnato cercano di prendere il buono, decidono che la loro esistenza non si spegne al termine della carriera lavorativa, decidono che la terza età non è l’età del declino, ma quella della rinascita, del riscatto, delle gioie mai provate o solo sognate. Capiscono che per comunicare con i nipotini o con i figli lontani non basta più il telefono fisso e allora imparano ad usare il cellulare, inviare sms, imparano la parola Skype e a navigare su internet per capire di più di questo mondo che va sempre più veloce. Impegnano la propria giornata con mille attività, perché nonostante la stanchezza degli anni non conoscono la parola riposo. Decidono che le tradizioni, gli anni e la storia non vanno dimenticati e insegnano ai giovani che se oggi il mondo è andato così avanti il merito è anche loro. Parliamo di persone che hanno l’intelligenza (affilata nel più frequente dei casi con l’esperienza e non con gli studi) di mettersi al passo con il presente, di “adeguarsi”, ma non dimenticano di dire “ai miei tempi” quando vedono la sofferenza dei figli in un momento di crisi che non sanno come affrontare perché quando sono nati loro non c’era la guerra, non c’era lo spread ad angosciarli, non c’era la Standard & Poor’s ad assegnare le A e le B e a togliere o aggiungere segni positivi. C’erano uomini politici che cercavano di dare un’identità al Paese e al mondo intero mentre qualcuno metteva loro- eufemisticamente- i bastoni tra le ruote, c’erano le novità che venivano da continenti lontani, c’era molto da prendere e da imparare; ora invece pare ci sia solo da fermarsi e da dare.

Allora com’è possibile parlare di queste persone con un’accezione negativa? Loro che rappresentano un porto sicuro, che sono fonte di sapere e di ricchezza per chi li frequenta, loro che sanno come affrontare un periodo nero senza bisogno di proiezioni economiche.

Secondo un rapporto sull’invecchiamento della popolazione mondiale realizzato negli Stati Uniti, all’Italia spetta il primato per la più alta percentuale di popolazione anziana (18,1%), e per la durata media della vita (79 anni), seconda soltanto a quella svedese.
Dunque, l’Italia è in testa alla classifica delle nazioni più “vecchie” con il maggior numero di cittadini sopra i 65 anni e questo nonostante sia ormai tra i Paesi a minor tasso d’incremento del numero di anziani.
Se l’andamento continuasse così, nel 2030 i vecchi saranno quasi il trenta per cento della popolazione.

Cosa aspettiamo, dunque, ad incrementare il loro potenziale e a fare in modo che queste persone siano avvalorate, stimolate e non dimenticate dalle Istituzioni ma anche dai comuni cittadini?

A noi del Gruppo Serena Assistenza, piace definirli i nuovi giovani; come potremmo lasciare questi “pargoli” in balia di un avvenire che ha bisogno di una memoria storica forte e salda per poter percorrere la salita a testa alta?

www.assistenzaserena.eu/blog

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