Fibronit: dalle origini ad oggi

L. M.

Ma la sepoltura e il grande parco sono ancora lontani

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La società per azioni Cementifera Fibronit era un’azienda produttrice di elementi per l’edilizia in asbesto fondata a Bari nel 1935. Tra i suoi prodotti figurava in particolare il famigerato eternit (praticamente l’amianto, rivelatosi presto altamente tossico e per questo la sua commercializzazione in Italia cessò tra il 1992 e il 1994).

La società interruppe la sua attività nel 1985, ma quasi da allora i suoli nel quartiere Japigia, sui quali si ergeva l’impianto, sono una discarica di amianto a cielo aperto, e in quanto tale, appunto altamente tossici.

Nel corso degli anni l’amianto, presente nelle sostanze usate e prodotte dalla Fibronit, ha causato direttamente la morte di 180 dipendenti e negli anni successivi 200 ex operai hanno perso la vita con ogni probabilità per gli stessi motivi dei colleghi, ovvero per aver contratto varie forme tumorali.

Si calcola che i residui di materiale, ancorché utilizzati in passato, in attesa di una completa bonifica degli impianti, possano potenzialmente mettere in pericolo la salute degli 80.000 abitanti del quartiere Japigia,.

Su quel suolo, che comprende un’area di circa 100.000 mq, 39.000 dei quali sono coperti da edifici industriali e magazzini, doveva sorgere il “Parco della Rinascita”, voluto vivamente dall’Associazione Esposti all’Amianto (AEA), dal Comitato Cittadino “Fibronit” e dalle amministrazioni comunali.

A tale scopo, il 20 maggio scorso si concluse a Roma la Conferenza di servizi (istruttoria) sull’area ex Fibronit, con l’approvazione da parte del Ministero dell’Ambiente del progetto definitivo di messa in sicurezza permanente, ovvero una “tombatura” permanente dell’amianto con l’intenzione, alla fine dei lavori, di far sorgere il parco.

Per il Comune di Bari erano presenti il sindaco Michele Emiliano, il consigliere delegato all’Ambiente Maria Maugeri, e il dirigente della ripartizione ing. Vincenzo Campanaro.

Nell’occasione il primo cittadino si riservò il merito della variante urbanistica, mentre riconobbe alla Regione Puglia quello della bonifica.

In definitiva, con questa operazione congiunta degli enti locali e l’approvazione del Ministero dell’Ambiente, si riuscirono a frenare tutte le ipotesi di rendere l’area edificabile.

Esultava il Comitato Cittadino Fibronit per l’inedificabilità, la messa in sicurezza e la riconversione a parco urbano e verde pubblico dell’area ex-Fibronit e, all’indomani dell’incontro a Roma, dichiarava: “Ne abbiamo vissute tante, ma una Conferenza di Servizi così importante e decisiva ci rincuora veramente”.

Purtroppo si cantava vittoria troppo presto. La recente sentenza del Tar di Bari ha bloccato il progetto di bonifica della Fibronit facendo riemergere lo spettro dell’amianto, delle morti da esso causate e di una grande ennesima delusione.

I giudici, in definitiva, con la sentenza 1149/2011, hanno riconosciuto il “diritto del proprietario ad essere informato non potendo essere invocata la presunzione di conoscenza del procedimento che di solito si applica quando i suoli sono divisi tra una moltitudine di persone, poiché il proprietario era uno solo”.

Sulla vicenda Legambiente Puglia è intervenuta pesantemente, sottolineando il rischio per la popolazione barese qualora si procedesse all’edificabilità in quell’area e rimarcando con forza che “la realizzazione del parco è l’unica soluzione per chiudere una vicenda dolorosa per la Città di Bari.

“E’ incredibile – prosegue il comunicato – che dopo tutti questi anni si azzeri la storia dimenticando che quella della Fibronit, piuttosto che una banale questione di proprietà, è stata una grande emergenza socio-sanitario-ambientale, rimane un caso di studio internazionale sui dati epidemiologici legati alla morte di decine di inermi cittadini residenti intorno alla vecchia fabbrica abbandonata e soprattutto costituisce un eclatante caso giudiziario”.

Effettivamente già una sentenza penale passata in giudicato classificava l’area come discarica abusiva di materiali pericolosi per la salute. L’area della ex Fibronit, insomma, oltre che un sito inquinato di interesse nazionale, è una vera e propria discarica.

Legambiente, inoltre, ricorda che “quando si parla di siti inquinati di così grande evidenza, va seguito un percorso di partecipazione, passando cioè attraverso l’accettazione sociale….Di fronte alla prospettiva di rischio, già abbondantemente approfondita, discussa, metabolizzata, acquisita in oltre un decennio di partecipazione diretta dei cittadini alla vicenda Fibronit, si è ben chiarito che il pubblico rifiuta senza tentennamenti qualsiasi ipotesi di rischiosa movimentazione dei terreni e chiede invece la tombatura dei rifiuti con, a sigillo, la realizzazione di una grande area verde”

In definitiva i rappresentanti di Legambiente continueranno a lottare per vedere riconosciuto “il diritto al primato della tutela della salute pubblica su qualsiasi pretesa di edificazione con conseguente pericolo di inquinamento”.

Gli incontri a Roma, le conferenze di servizi, le manifestazioni, le sentenze penali e/o amministrative, i meriti e i demeriti rischiano di accavallarsi ancora nel tempo, intanto gli anni passano e, mentre i cittadini aspettano (e sperano) l’inaugurazione del Parco della Rinascita, l’area ove sorgeva la Cementifera Fibronit continua a non avere la sua giusta e “degna” sepoltura.

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