Dallo sport al malaffare

L.C.

La debacle di Antonio Bellavista

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Dopo lo sport, il malaffare. Sembra essere questo il percorso scelto da Antonio Bellavista, ex bandiera della squadra biancorossa, gioiello del settore giovanile, diventato il cervello di una organizzazione capace di truccare in due mesi circa mezza dozzina di incontri dei campionati di serie B e Lega Pro.

Su di lui indaga la procura di Cremona, che ne ha ottenuto l’arresto in carcere. Il bitontino sarebbe una pedina fondamentale di quello che il gip Guido Salvini definisce un «fenomeno molto ramificato»: risultati alterati in modo talmente plateale da poter indicare, almeno nel caso di Atalanta- Piacenza dello scorso 19 marzo, addirittura i minuti in cui sarebbero stati segnati i gol.

In questo e in almeno altri cinque casi Bellavista avrebbe agito su più piani: prendeva accordi con i procacciatori, trovava i finanziatori, scommetteva, riscuoteva e pagava. Una rete in cui appaiono nelle diverse vesti vecchie conoscenze del calcio barese come Mauro Bressan, Vittorio Micolucci e Carlo Gervasoni</strong>; arrestato il primo, indagato il secondo, in bilico tra complice e vittima il terzo.

Il ruolo di Bellavista sarebbe stato anche quello di rappresentante del cartello dei ‘Bolognesi’: lo si ricava anche da quanto dice a Paoloni, ex portiere della Cremonese, in occasione delle minacce che gli fa perché restituisca i soldi persi nelle scommesse. Il 22 marzo 2011, oltre a minacciarlo, gli dice : “Sono il portavoce di altra gente… tu domenica ci hai rovinato.., tu portami i soldi, risolvi la grana con i miei amici… con i miei amici qua di Bologna “.

Altro episodio che inchioda l’ex biancorosso è la sua reazione al risultato della partita Inter-Lecce del 20 marzo scorso. La partita, secondo Paoloni, si sarebbe dovuta concludere con almeno 3 gol. Inter-Lecce finirà invece con la vittoria di misura dei nerazzurri per una rete a zero.

La mancata vincita scatena la furia degli scommettitori, tanto che «Paoloni – scrive il gip – riceveva minacce da Bellavista, Erodiani e dal gruppo degli investitori di Bologna, minacce volte ad indurre Paoloni ad adoperarsi per far rientrare i suoi creditori dagli investimenti illeciti da loro effettuati e persi».

Le intercettazioni parlano chiaro:
Bellavista: «No, no! Fai parlare a me! Fai parlare a me! Domenica tu ti sei inventato il tutto! Perché io l’ho vista… e non c’era uno che stava con noi ! Uno ! ..Uno non ce n’era !.. Te lo dico io….»
Paoloni: «Ho inventato tutto…allora?».
Bellavista: «Tu…tu….ti sei inventato tutto,…perchè tu sei malato! Te lo dico io….ma qui c’è gente ancora più malata di te…ok ?..Ma non malata come te che si inventa le cose..Ok?… Ti faccio vedere io tu che fine fai…Tu devi rispettà tutti se no, vengo io a casa tua…
Paoloni: «Ma io rispetto tutti…».
Bellavista: «A casa tua…non loro!…che vengono da dove cazzo, devono venire…vengo io che sono più vicino! Ok?».

Dal cellulare di Bellavista, che la procura ha ascoltato per oltre due mesi, è saltata fuori anche la voce di Stefano Bettarini, altro ex calciatore, pure lui indagato. Tra i due sembra esserci grande familiarità.

Bellavista: «Ho fatto pure io qualcosina».
Bettarini: «Grazie a chi?».
Bellavista: «Eh grazie a te ci mancherebbe (…) Dove sei, ma quando è che passi?».
Bettarini: «A Milano, sono a Viareggio».
Bellavista: «Ah, sei a Viareggio e stai andando a Milano, ma la Melita [gli investigatori annotano: Melita Toniolo] quand’è che torna? (…) Per domani se ti do una chicca? Ci sto a lavorare vediamo… Un over».
Bettarini: «Allora spero che la chicca me la dai pure a me (…) È sempre lo stesso?».
Bellavista: «Sì e stavolta mi butto testa e piedi dentro».
Bettarini: «Sì ecco stai attento che mi fai fare danni adesso ».
Bellavista: «Eh oh… Io vado stavolta poi ti dico se… Mi dici te cosa vuoi fare».

Un’altra pagina triste del calcio nostrano, che questa volta vedrebbe come protagonista anche un’ex bandiera della squadra della nostra città; una bandiera che, se fosse confermata la sua posizione nella vicenda, non potrebbe essere d’esempio per gli sportivi, una bandiera che sarebbe da ammainare.

 

di L.C.

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