Uniti per forza, saggio sull’unità d’Italia
Il libro di Federico Pirro presentato alla libreria Laterza
C’è chi ama confondere i propri tentativi di secessione auspicando il federalismo e ci sono i “centocinquantisti” che per l’occasione amano corroborare la convinzione degli italiani, indefessi ma disillusi, che tenere unita l’Italia non è solo una questione di cuore. Federico Pirro è uno di quegli scrittori che si schiera contro gli scissionisti soprattutto per una ragione storica.
Il suo libro Uniti per forza (ed. Progedit), presentato nel pomeriggio di ieri all’interno della libreria Laterza, spiega bene il valore di un risultato, un risultato costato caro a molti nel passato, qualcosa che non deve essere dimenticato, addirittura alterato da pochi nel presente. E quando si parla di alterazione, Federico Pirro rimanda alla Carta Costituzionale “un abito, un abito perfetto per un paese, che calza a pennello, che permette di non fare passi indietro. Cambiarlo è ritenere che la Costituzione sia adattabile. Ma non è così”.
Nel salotto di Laterza, seduti al centro c’erano il due volte parlamentare, giornalista ed ex Ds Giuseppe Caldarola, l’editore Gino Dato, i quali hanno introdotto e moderato il dibattito, e Federico Pirro, che è stato anche giornalista de La Gazzetta del Mezzogiorno e di Repubblica nonché capo redattore della sede Rai di Bari.
Pirro, spesso con un dito sotto i baffi, quando si trattava di ascoltare, e una cravatta maculata che faceva da pendant con gli occhi chiari e sottili dietro gli occhiali, attacca chi fa della damnatio memoriae, chi astutamente condanna il passato e fa dei propri interessi un’apoteosi.
L’autore, a cui nel 1997 è stato conferito il premio Saint-Vincent (un po’ l’oscar del giornalismo italiano, per un’inchiesta sul dramma albanese riversatosi sulle coste pugliesi), che si irrita se gli danno del filo-borbonico (sic), nel suo caso certo non per avversione nei confronti dei piemontesi (di questi tempi proprio no) ma verso i lombardi scissionisti, ritiene che “l’unità d’Italia era ineluttabile”. Scrive: «Infatti, se nonostante gli errori, l’elitarietà dei sostenitori, le brutalità, se, nonostante tutto questo, la penisola è diventata una, abbiamo la riprova evidente del fatto che, prima o poi, si sarebbe giunti a questo risultato».
Un pensiero fatalista da parte di chi contempla fieramente persino l’operato dei briganti postunitari del sud. Afferma: “Può dunque dirsi, fuori da ogni faziosità, che il termine brigante, per l’evoluzione che hanno avuto gli avvenimenti, si distanzia sempre più da bandito per avvicinarsi sempre più a partigiano”.
Uniti per forza è un saggio antologico di brani di scrittori importanti che hanno parlato dei fatti che portarono all’unità d’Italia e oltre. Sono presenti autori contemporanei e autori coevi agli avvenimenti che si svolsero lungo tutto il processo storico prima del 1861, fino ai giorni nostri, passando da quella tappa fondamentale del 1948, anno della sacra Carta.
Il libro, introdotto niente-popo’-di-meno-che dal leader dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro, (Pirro è un esponente del partito) è un florilegio di documenti la cui peculiarità sta nella rivisitazione di testimonianze letterarie scomode o non ufficiali, troppo presto riposte nel dimenticatoio. Federico Pirro le colloca abilmente accanto alle versioni più note per tracciare pedissequamente la metastoria che ha unito il mosaico italiano. Una metastoria fatta di sangue e patriottismo.
Vengono affrontati inoltre argomenti tra i quali: Cesare Lombroso, i Fasci Siciliani dei lavoratori, il federalismo fiscale, la Cassa per il Mezzogiorno, la camorra, la mafia, la ‘ndrangheta, la resistenza nel meridione d’Italia. Tanta roba, per usare una definizione milanese, che fa pensare, che stana le coscienze, quelle veramente sporche, senza usare l’epiteto come alibi, come quell’alibi di criminalizzare le Terre delle Due Sicilie per una guerra di conquista.
Federico Pirro, allora,spiega che l’unità d’Italia non è solo una questione di cuore ma anche di fegato, perché ci vuole coraggio per rinnegare tutto. O per far finta di farlo.
di Ezio Tullo
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