Accoltella il convivente della figlia
Il commento del criminologo.
Questi fatti di cronaca sono quasi sempre più all’ordine del giorno e la domanda che molto spesso ci poniamo è: poteva essere previsto? Poteva essere evitato?
Primo punto per procedere ad un’analisi che permetta di rispondere a queste domande, prima di scendere a fondo per analizzare la personalità dei singoli soggetti coinvolti, è la valutazione dell’esistenza dei fattori di rischio. Deve dirsi subito che non è facile capire quando e come una persona possa valicare quella “linea di confine” che lo faccia passare dalla semplice aggressione verbale all’azione vera e propria. Non è compito semplice operare questa valutazione da parte degli esperti, come neppure è facile operarlo da parte di coloro che conoscono la persona, che gli stanno accanto o che la vivono nella sua quotidianità. Ricordo, quando è stata fatta la perizia su Erika De Nardo ed Omar Favaro, i due ragazzi di 16 e di 17 all’epoca dei fatti, che hanno ucciso la madre ed il fratellino di lei a Novi Ligure, che la domanda che ossessionava il padre di Erika era se si poteva, in qualche modo, capire in anticipo quello che avrebbero fatto, e la risposta, da parte di autorevoli psichiatri, fu negativa, perché non è assolutamente facile poter prevedere, capire quello stato, quella situazione in cui ci si viene a trovare in quel frangente di secondo, che determina la commissione del reato.
Nel caso in questione, i fattori di rischio possano e debbano essere cercati ma, anche alla luce di quanto detto, non necessariamente trovati, nel semplice fatto che l’aggressore non condivideva la scelta della figlia ad aver intrapreso una relazione di convivenza con la vittima e sicuramente ci saranno state, tra la tranquillità delle mura domestiche, segnali atti a comunicare la situazione di disagio in cui questa persona si era venuta a trovare.
Un processo soddisfacente di gestione della minaccia, perché è di questo che stiamo parlando, non dipende necessariamente da una numerosa equipe o da un vasto impiego di risorse, ma dipende dall’attenzione che si ha per il dettaglio e da un approccio completo. Quando entriamo in contatto con tali situazioni, sono due i soggetti che la criminologia prende in considerazione: gli Hunter e gli Howler. Il comportamento degli Howler si esaurisce nella stessa minaccia, spesso volta ad attirare su di sé l’attenzione. Non per niente traduciamo questi soggetti col nome di “urlatori”. L’Hunter, il cacciatore, invece, è un individuo le cui condotte minacciose si accompagnano intenzionalmente a comportamenti violenti, spesso atti a cagionare la morte. I problemi degli Hunter e dei Howler si manifestano o con la violenza o in tormento per liberazione, punizione, eventuale salvezza. Essi indirizzano la loro rabbia, la loro vendetta e le loro paure, verso e contro individui che ritengono sbagliati per sé stessi. Queste due figure non sempre vivono separate l’una dall’altra, poiché ci possono essere eventi che possono determinare la “trasformazione” dell’Howler in Hunter. La reale attenzione deve essere tenuta proprio in tale fase, nel momento in cui si dovesse verificare la caduta di quella goccia che determini il passaggio all’azione. Comprendere ed inserirsi in tale fase deve essere lo scopo principale per tutti coloro che studiano questa materia, perché, come disse Cesare Lombroso, quello che va ricercato è l’origine del male.
Dott. Roberto Loizzo
Criminologo Forense
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