Niente di personale

Valentino Sgaramella
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“Niente di personale”. Questo, il titolo dell’ultimo libro che Mario Segni sta presentando in tutti i principali cenacoli culturali italiani. Questa volta è toccato alla libreria Laterza. L’incontro, presentato da Paolo Loporchio, del movimento referendario pugliese, si è caratterizzato per le provocazioni culturali nei confronti dell’autore da parte del Direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, Giuseppe De Tomaso. Come era prevedibile, il libro di Segni ha fornito l’occasione per un lungo excursus degli ultimi 15 anni circa di vita politica italiana. Il leader politico sassarese, figlio di Antonio Segni, già capo dello Stato italiano dal 1962 al 1964, è il principale artefice del movimento politico che portò al referendum che, il 18 aprile 1993, modificò la legge elettorale da proporzionale in maggioritaria. Il vero beneficiario di quella vittoria fu Silvio Berlusconi che, subito dopo, costruì il suo partito, Forza Italia. Tanto che il direttore De Tomaso ha affermato, con una battuta, che Segni è come colui il quale “ha vinto la lotteria ma ha perso il biglietto e non ha potuto incassare i proventi di questa vittoria”. Dove è stato l’errore, se di errore si deve parlare, visto che per “un’eterogenesi dei fini, oggi abbiamo dei nominati e non degli eletti in Parlamento?”. Tutti si attendono da Segni, in queste occasioni, un ritorno alla politica attiva. Questi suoi interventi paiono essere sempre un voler dire: io ci sono. La realtà è ancora troppo diversa e la forza mediatica di Berlusconi ancora troppo preponderante per parlare di svolte. Tale consapevolezza è emersa dalle stesse parole di Segni. La domanda, dunque, cui rispondere è: ne valeva la pena? Parliamo di un lavoro che, con lo strumento del referendum, avrebbe dovuto trasformare il Paese in una moderna democrazia anglosassone e di cui hanno goduto altri protagonisti. Ed il popolo italiano, con I suoi tanti pregi e innumerevoli difetti, era pronto ad una svolta così importante? Segni ha citato Paolo Mieli che, nelle loro conversazioni, gli rammenta sempre di Giuseppe Mazzini che, intorno al 1860, “piangeva lacrime amare, ma non si rendeva conto che l’Italia si stava facendo anche grazie a loro; poi magari, nacque un’Italia diversa, non era sabauda ma monarchica, non progressista ma conservatrice”. Questo, per dire che, in ogni caso, quel referendum fu una svolta importante. Segni ha ricordato che nel 1994, il movimento referendario non riuscì a trasformarsi in un soggetto politico. Ci sono dei mea culpa? Forse, non bisognava fare le elezioni politiche anticipate, subito dopo il 18 aprile 1993: “una volta formati i due poli, nell’autunno di quell’anno, la tenaglia era già stretta, non c’era più nulla da fare”. La presenza di 2 poli, costringeva il movimento referendario a scegliere da quale parte collocarsi, con ciò indebolendosi. Ma la vera svolta che assestò un colpo definitivo alle speranze dei referendari fu un altro. Segni ha raccontato un episodio. “Berlusconi mi invitò a pranzo; c’erano anche Gianni Letta e Fedele Confalonieri”. L’attuale premier tesseva alleanze con il leader sardo per costruire un nuovo soggetto politico di centrodestra. La Lega era ancora un punto interrogativo. Di fronte all’ingresso in politica dell’uomo di Arcore, “gli dissi che se Gianni Agnelli fosse ministro dell’Industria gli italiani penserebbero che il governo è fatto per la Fiat”. Berlusconi rispose: “Devo entrare in politica anche per salvare le aziende, è la prima estate che non riesco più a dormire perchè I miei conti sono in rosso e se non c’è una politica diversa io devo chiudere”. Ma la storia ha un seguito.

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