Verrà la guerra e la chiameranno pace
Ma quegli uomini e quelle donne dalla Puglia, dalla Campania, dalla Sicilia, dalla Calabria, da molto prima hanno cominciato a morire
“Guai al Paese che ha bisogno di eroi” scriveva Bertolt Brecht. Questa preghiera laica, in questi giorni sembra sussurrata per noi. Altri due soldati italiani sono saltati su una mina in Afghanistan, pochi mesi dopo la morte dei loro commilitoni sempre nella stessa terra.
E sono quelli di sempre; giovani, semplici facce di meridionali, questa volta è toccato anche ad una donna, rimasta ferita gravemente.
I giornali e le tv ne stanno parlando attraverso un lessico insopportabile che gronda retorica a buon mercato, cui nessuno più presta attenzione e in mezzo ad un crescente senso di distacco, oserei dire anche fastidio.
Che Nazione l’Italia, stretta tra cadaveri di soldati e partite di calcio, tra “impegni umanitari” e Sgarbi, che si commuove per cinque minuti e che spiana tutto, digerisce tutto, indifferente, tra una tele (s)vendita e l’altra, tra un’isola degli scemi e una casa dei reclusi.
In mezzo c’è il vuoto morale e sociale che ci attanaglia, la paura degli altri, di noi stessi e di ciò che siamo diventati. In un panorama che si contraddistingue per il razzismo volkisch dei leghisti e la pusillanimità di una classe dirigente meridionale ma non meridionalista, populista e non popolare, lontana dal cuore della gente e dalla sua sofferenza.
Però indicibile e vero è il dolore, questo sì atroce, di bambini, mogli, padri e madri che sopravvivono ai propri cari.
Reso ancora più profondo dalla farsa che ci intossica, dall’ipocrisia che impera su tutto, dalla mancanza di ragioni e ideali che possono in qualche modo giustificare quel dolore, renderlo più accettabile. Farlo umano.
E invece eccoli i cantori della guerra, coloro i quali insistono nel chiamarla con vezzi e nomi nuovi ed antichi: missione umanitaria, missione di pace.
E nel farlo dis–umanizzano tutto e tutti.
Il ministro Frattini a caldo, intervistato, cianciava di atto terroristico, si badi bene, non di azione militare o conflitto, poi parlando dei soldati deceduti li dipingeva come volontari e martiri della pace. Questo è un altro dei motivi per cui noi moriamo lì.
Menzogna si chiama la nostra bandiera, violenza è la nostra pace, atroce il nostro dominio.
E non c’è differenza tra i bombardamenti di ieri su Belgrado, targati sinistra, e quelli di oggi in Afghanistan e Iraq, (e forse in Europa qualcuno si è ricordato di quel primo ministro italiano così solerte, affidabile, crudelmente intelligente, e per le stesse ragioni, ringraziando il cielo, ci ha pensato bene su prima di farlo Ministro degli Esteri della Comunità Europea).
Poi d’un tratto, come un buco nel mantello dell’apparenza, eccolo il mostro che salta fuori, e dilania, uccide, massacra.
Quando questo avviene, allora è una ridda di pareri degli esperti – magari ospiti di Vespa – , ricordi di amici e parenti delle vittime, i loro ultimi messaggi su facebook, sguardi televisivi impudichi sulle loro case modeste, tutte così tremendamente uguali, impietose lacrime di coccodrillo di Presidenti, sventolio di tricolori che sbiadiranno presto.
E gli immancabili applausi attorno alle bare.
Ma quegli uomini e quelle donne, quei ragazzi e quelle ragazze che vengono dalla Puglia, dalla Campania, dalla Sicilia, dalla Calabria, insomma la questione meridionale che si fa sangue e carne, da molto prima hanno cominciato a morire. Un pezzetto per volta.
Nelle scuole mediocri che hanno frequentato senza imparare, nel falò delle speranze che ha costellato la loro esistenza, nella paura per un futuro incerto, nei debiti contratti per sposarsi, nei tanti lavori svolti a nero, nelle raccomandazioni, le famose “chiavi”, cercate e disperatamente pagate per avere un posto di lavoro, nei loro voti venduti al mafioso di turno, nel nulla che sono gli “strapaesi” da dove vengono, dimenticati da Dio e dagli uomini, in uno Stato che non c’è mai stato e che ora si sfascia e frana nell’egoismo sociale.
Dicono i falsi profeti: siamo lì perché portiamo la democrazia, perché aiutiamo la popolazione civile, per combattere il terrorismo, per estirpare al Qaaeda da quei territori, addirittura scrive l’ex sessantottino, ex di sinistra, ma ancora fanatico bourgeois Glucksmann: siamo lì perché la nostra libertà è strettamente connessa con la loro.
Giusto, solo che è la libertà di far loro quel che ci piace e pare. L’odio che abbiamo contratto affonda le radici nel mondo diseguale che abbiamo disegnato e modellato a nostra esclusiva misura, nella trave che è nel nostro occhio e nella ostinazione con la quale badiamo alla pagliuzza che è in quello degli altri.
C’è veramente qualcuno che riesca a scorgere il nesso che corre tra la nostra omicida volontà di respingimento di quanti su barconi malmessi si avvicinano alle nostre coste, mattanza silenziosa che si ripetete ogni estate, e i morti e i feriti tra i nostri soldati di questi giorni?
C’è qualcuno che dubita ancora del fatto che la mancanza di diritti fondamentali in Italia per i migranti non sia altro che pura brutalità?
L’invisibilità che chiediamo per questa gente, la disumanità che ci appartiene e contraddistingue non è senza prezzo.
E la sua moneta è il sangue. Nostro e degli altri. Questo piccolo mondo interconnesso si avvita su se stesso, e la mancanza di una stagione dei diritti di tutti e per tutti produce e produrrà morte e disperazione.
L’Italia uscita dalla guerra fascista, scrisse nella Costituzione parole definitive sul ripudio dei conflitti armati e a favore della cultura del lavoro e della pace.
Vorremmo che i nostri fratelli morti avessero avuto altre possibilità, magari un altro lavoro, un altro futuro.
Che, adesso, almeno abbiano finalmente pace.
Commenti
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Come in tutte le guerre la menzogna copre i nostri poveri caduti. Quali sono le ragioni di questa? Perché il ns. esercito che dovrebbe costituzionalmente difenderci partecipa ad una aggressione? In tutti i dibattiti -farciti di sguaiati ministri – di queste ore c’è un altra vittima: la verità, uccisa due volte anche da una legge incostituzionale perchè non bastavano le bugie dei media.
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Di certo non si nasce ipocriti, ma lo si diventa e più si moltiplica questa specie, più la specie si accredita conquistando inaudite maggioranze della società che, plagiata dalla artefatta comunicazione, rivisita ed annulla il concetto di verità: la costruzione del “contrario” dilaga!






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