Inseguendo il Giro
Grande festa a Bitonto per l�arrivo della decima tappa
Quando arriva il Giro è una festa, un sogno che si realizza, un’avventura.
Quando arriva il Giro si va, tutti, uomini donne e bambini, appassionati, e curiosi, malmostosi irritati dal ‘casino’ e cozzali – specie umane particolarmente in voga dalle nostre parti. Ognuno come si vuole, ognuno come si può.
Ma soprattutto quando arriva il Giro ci si va in bici, per amore e partecipazione. E per pratica necessità, perchè le strade chiudono al traffico, e acrobazie automobilistiche infinite caverebbero gasteme di bocca ad un santo.
Così è che si parte. Per tempo, mai abbastanza presto. Con un amico fedelissimo che hai lasciato ‘passistone’ e ritrovi dopo sei anni bodybuilder. La bici da corsa rifiuta i suoi 90 kg e passa, la mountain-bike di sei anni fa è ancora pronta, un filo arrugginita, geme, ma reggerà fino in fondo. Tra un gonfiaggio e una taratura di sella, siamo già a Modugno. Tra simili ci si riconosce: altri quattro innamorati, innamorati del Giro e della bici, che nascono prima e moriranno dopo, moriranno mai, del ciclismo. Sta a loro condurci fino a Bitonto. La meta è raggiunta, la meta è solo l’inizio.
E’ tutto un inseguire. Prima la bitontina città dell’arrivo di tappa. Poi con lo sguardo lo sfrecciare dei ciclisti sul rettilineo finale. E ancora, le tracce, i ricordi di una giornata indimenticabile.
Fendere la folla, più o meno civilmente, lanciarsi a capofitto in caccia dei ciclisti, pedalare finalmente fianco a fianco, spalla a spalla, ruota a ruota dei campioni. Con loro, come loro: l’autografo firmato ad un bambino che legittimamente ti crede ciclista riempe di gioia lui, di soddisfazione te. Fino al quartier generale, dove tra una foto con Nibali, ed un fuggente saluto al Damiano Godot – il Principino che una volta è arrivato, ma poi non è più tornato, ed ancora da sei anni attendo – un’ora trascorre in un secondo. Poi la folgorante scoperta che i ciclisti terminata la tappa fanno la doccia direttamente sul pullman è un segnale; e un altro segnale, ancor più esplicito, sono i fiotti d’acqua al bagno schiuma che ci annaffiano dai tubi di scarico: non c’è altro da apprendere, nè da fare, è tempo di andare.
Ma non è ancora finita: ci sono dei cimeli da conquistare. E allora su a ritroso, a stantuffare sulle stesse strade volate dai professionisti: Bitonto, Madonna delle Grazie, Sovereto, fino a Terlizzi. Con un bottino lusinghiero di cinque borracce, ma un errore fatale: una svolta a destra mancata che costa 20 km di cammino in più, e trasforma l’epilogo in epopea.
Ché resta appunto ancora un inseguimento, meno appagante forse, di certo imprescindibile: il rientro a casa. Il vento a favore aiuta, la cerniera dello zaino molto meno: irrecuperabili felpe e k-way, al crepuscolo del tramonto le maniche corte tipicamente primaverili palesano la loro insufficienza. Fa un freddo da Russi, l’acqua è finita, la fame tortura, i cavalcavia sono lancinanti colpi di pugnale. E in tutto ciò l’amico di sempre, l’amico fedele, continua a combattere Newton, le sue infingarde leggi e la forza di gravità, spingendo indomito tra un crampo una bestemmia ed un’implorazione i suoi 90 kg almeno fino a Santo Spirito. Di qui in avanti è pura agonia: 20 km in un’ora e trequarti. Col conforto della suggestione della riva del mare che solo noi del Sud sappiamo regalare al Giro delle grandi montagne. E dell’apparizione farsesca dell’ammiraglia della Bouygues Telecom, disperatamente persa e confusa nei meandri di Palese quando sarebbe già dovuta essere a Cerignola da più di due ore.
Alla fine è quasi notte, hai solo male. Ma le gambe girano autonomamente, quasi filano, e capisci come fanno i ciclisti.
Si chiude con ottanta chilometri all’attivo, ventuno foto, cinque borracce. E un ricordo indelebile. In attesa del prossimo passaggio: Giro, Bari ti aspetta.
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