Top Five, suoni di metà maggio
Ecco la proposta settimanale tra musica e arte visiva: una cinquina da ascoltare e vedere, sempre.
MIA – born free –
Molto più di una canzone, molto più di un video. Perché MIA è molto più che una musicista. Mathangi “Maya” Arulpragasam, 35 anni, inglese di nascita, cingalese (Tamil) di origine, considerata tra le 100 persone più influenti del mondo per il Time per il suo ruolo di attivista e comunicatrice “a più culture e generi”, fa parlare di sé qualunque cosa faccia. È diventata un’icona, anche se al tempo di Lady Gaga è difficile coglierne l’essenza. Guardate ed ascoltate. La clip è di Romain Gavras, figlio d’arte ed esperto di video musicali. Sono curioso di ascoltare i vostri pareri.
General Fiasco – ever so shy –
I General Fiasco sono un’onesta formazione dell’Irlanda del Nord, come probabilmente ne spuntano quotidianamente in giro per il mondo. Sono giovani e sono all’esordio. Il loro primo album, “Buildings”, non ha convinto tutti. Eppure sono qua. Perché hanno azzeccato un ritornello efficace, perché suoneranno a Glastonbury, perché sono il gruppo spalla degli Snow Patrol (che settimana scorsa erano in Top Five) e perché una band con un nome del genere, a metà tra l’evocazione di un detersivo e il richiamo all’autoironia (fiasco vuol dire fiasco anche in inglese), merita tutta la nostra simpatia.
Cocorosie – Lemonade –
Tenete i fazzoletti lì accanto a voi. Prendete il meglio delle CocoRosie, aggiungete una spruzzata di Bjork e chiamate il vostro amico Antony and the Johnsons, mescolate con calma e dedizione e otterrete una buonissima e amarissima limonata. Bianca e Sierra Casady, le sorelle americane di stanza a Parigi, sono tornate dopo tre anni di silenzio con questo singolo che anticipa l’uscita di “Grey Oceans”, un titolo che è tutto un programma. Nota per filologi e tassonomisti: è il loro primo album per Sub Pop, la storica etichetta di Seattle che dopo anni di buio è tornata a fare campagna acquisti degna dell’emiro arabo del Manchester City.
Melissa auf der Maur – out of our minds –
Le Hole si riuniscono, Courtney Love va su tutti i giornali a parlare delle solite, impresentabili, beghe familiari (ma un po’ di rispetto per i morti ed il dolore, no?) ma Melissa, per fortuna, se ne fotte. Molti l’avranno data per dispersa. La rossa bassista canadese ex-Hole (appunto) ed ex-Smashing Pumpkins (trapassati anche loro) ci aveva lasciato senza novità per sei anni. La sua ultima apparizione italiana è stata un’insolita e potentissima ospitata al concertone del Primo Maggio. Nel 2004 la sua prova solista fu nettamente superiore a quella delle sue vecchie amiche e oggi la storia si ripete imperturbabile. Video oscuro, ritmo serrato, voce perfetta per i tappeti sonori da lei disegnata. Lasciate perdere le reunion.
Amy MacDonald – don’t tell me that it’s over –
Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un’artista, diceva un filosofo di Molfetta. E lo è ancora di più se sei arrivata prematuramente al grande pubblico, per un solo (pur bellissimo) singolo, se molto è dipeso da un amore del mercato chissà quanto duraturo per le voci femminili un po’ maledette e un po’ folkeggianti. Non fa eccezione Amy MacDonald che rischia di sparire dalla circolazione insieme al suo “A curious thing”, uscito un paio di mesi fa, travolta da nuove reginette a breve scadenza. Eppure questo singolo non è affatto male.
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