Juventus Bari, tanti sospetti e molti pensieri

Massimo Longo

Bari è cresciuta, ma non nel calcio

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Avremmo voluto scrivere ispirandoci al mitico Juventus-Bari di 26 anni fa quando Lopez e Guastella espugnarono il vecchio Comunale: stavamo cominciando a gettarne le basi ma poi il rumore silenzioso di acqua che scivolava d’inerzia lungo i Murazzi del Po che sembrava volersi portar via tanti sospetti e molti pensieri, la calda e luminosa giornata torinese trascorsa sotto l’ombra della Mole, accerchiati dalle Alpi che quasi ci increspavano il labbro accarezzandoci il viso, ci hanno mestamente fatto tornare alla realtà. Un pensiero triste guardando la cupola di Superga, il tempo di gustarci un gianduiotto tanto faticosamente cercato (e trovato) e subito via all’Olimpico con una salvezza conseguita con molto anticipo (è bene ricordarlo, non si sa mai a qualcuno sfugga questo piccolo grande particolare) e dove, se non altro, il Bari ha quanto meno giocato a pallone (se pensiamo a Livorno e a Siena…) sia nel primo tempo, dove pur spingendo meno si è reso più pericoloso rispetto alla Juve che invece ha spinto di più rendendosi, però, meno pericolosa, sia nel secondo tempo nonostante il cambio di marcia dovuto agli innesti di Candreva al posto di un nervosissimo Camoranesi e di Iaquinta al posto di Amauri, cambio di marcia con cui la Juve ha fatto prevalere la logica delle motivazioni non concedendo nessuna occasione gol ad Alvarez & C. che pure, bene o male, non sono rimasti a guardare come in Toscana.
Già, le motivazioni che da tempo latitano nella squadra di Ventura causate, forse, da una salvezza acquisita da tempo e il conseguente appagamento dopo un girone di andata vissuto alla grande con la rosa al completo e quello di ritorno giocato senza Kutuzov, Ranocchia e compagnia cantando.
C’era modo e modo per perdere sulle rive del Po e i biancorossi, almeno, crediamo abbiano perso in piedi dando l’impressione di non aver staccato la spina da tempo “sparendo” dal palcoscenico verde come, appunto, era avvenuto in terra toscana. Perdere da queste parti ci stava, ci mancherebbe, ma se vogliamo dirla tutta, ieri il Bari ha mostrato i suoi limiti di squadra che avrebbe dovuto competere per l’Europa. La parte sinistra della classifica, onestamente, le è superiore.
Noi un’idea ce la siamo fatta, un’idea che vorremmo metaforizzare così: è che 33 anni fa, dopo un periodo dignitoso vissuto con De Palo che non era imprenditore ma – è bene ricordarlo – un professore universitario e medico luminare, con qualche possedimento agricolo a cui se vincevano i socialisti, la destra, la sinistra o la Dc e finanche quelli di Spadolini alle elezioni comunali poco interessava, ci era stato promesso il salto di qualità indossando un abito da Juve del Sud rimasto, ahinoi, ancora incartato ed usato solo sporadicamente, in illo tempore, quando la testa di Masinga fumava come la locomotiva di Guccini a San Siro. Naturale che i tifosi, abituati a “pane e circenses” e spinti dalle miracolose gesta griffate Ventura-Perinetti, hanno creduto che questo potesse essere l’anno giusto per vedersi materializzare quel sogno che spetta loro di diritto. La società li ha abituati a vivere alla giornata senza obiettivi precisi pur brillando come stelle cadenti d’estate di tanto in tanto. E su questo ci pare vi siano pochi dubbi. Si vive alla giornata? Bene, allora se è capitata l’occasione per andare in Europa perché non si è tentato di andarci subito senza tante inutili programmazioni che mai ci saranno? Perché i giocatori si son sentiti appagati?
Infondo, come dice il Presidente, non siamo mica la “Juve” o l’Inter” e né tanto meno il “Milan” che vivono di programmazioni: i tifosi vivono alla giornata e proprio per questo se passa il tram dell’Europa va preso al volo come insegnava Orazio col suo celebre carpe diem. Insomma, è stato lui ad abituarli così.
Certo, dispiace vedere questa squadra perdere colpi dopo quanto ha fatto di buono fino febbrario e, lo ripetiamo, con un traguardo come la salvezza che i più davano per utopia pura, e proprio in virtù di ciò dispiacerebbe ancor di più se concludesse il torneo perdendo sempre: tutto verrebbe vanificato con un soffio; forse sarebbe peggio di una retrocessione. E’ una questione di dignità dopo tanto lavoro.
Osservando la gente in una coda ordinata ed interminabile per visionare la Sacra Sindone è stato inevitabile guardarsi indietro e pensare all’entusiasmo che c’era intorno al Bari, all’affetto e alla simpatia suscitati dai biancorossi ad inizio stagione. Qualcosa deve essere successo. E’ vero che il calcio di oggi è diventato business ma tra le poche cose che salviamo nella sana, però discutibile, gestione matarresiana ci sta quella della linearità e dell’onestà. Noi preferiamo pensare che la vittoria della Juve non sia scaturita dal dazio pagato per il riscatto di Almiron, né vogliamo pensare che una eventuale sconfitta col Genoa possa aprire le porte al rinnovo del prestito di Meggiorini e nemmeno che una con l’Udinese potrà trattenere Barreto: non guarderemmo più il calcio e nemmeno più il Bari. Non vogliamo crederci, siamo troppo affezionati ai colori biancorossi e a qualche bel match europeo.

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Commenti

  • lloped (utente non verificato)

    bello lo striscione STOG A TREMIL
    mi ricorda il film
    LA CAPA GIRA
    ma da allora adoggi cosa è cambiato bari e nel bari…?
    nudddddddd

  • margaux (utente non verificato)

    A Torino abbiamo incassato il quarto ko consecutivo e nessun tifoso
    si aspettava un finale di campionato così triste. Possiamo solo rallegrarci per la splendida giornata trascorsa a Torino nel ricordo della lontana vittoria del Bari contro la Juventus che il giornalista Massimo Longo durante le quattro serate “Bari incontra il Bari” da lui ideate, curate e condotte, ci ha gentilmente fatto gustare con la trasmissione dell’inedito filmato del 1984.