A scuola di Musica nel Teatro Petruzzelli
…in attesa del grandissimo Bruno Canino
Audacia. La prima parola che mi viene in mente pensando alla serata al Petruzzelli è proprio audacia. Audacia per la scelta del raffinatissimo programma; audacia per aver deciso di tenere un concerto di musica da camera in una sala grande (e per certi versi dispersiva) come il politeama barese; audacia degli insegnanti (che godono di tutta la mia incondizionata e totale ammirazione) nell’aver accompagnato le classi delle scuole medie a teatro per assistere a un recital sicuramente non facilissimo (ogni tanto intercettavo segnali di insofferenza da alcuni alunni seduti dietro di me).
Ad aprire, la musica di Francis Poulenc: cinque brani tratti da varie raccolte della poetessa Louise de Valmorin, prediletta per la scrittura velatamente sensuale e ambigua. Le atmosfere sono mutevoli, e la lettura affidata alla voce recitante di Maria Giaquinto aiuta a comprendere a fondo i versi. L’irruente “Il vole” cede il posto ai languori vissuti sulle rive della Senna di “Violon”, mentre “Paganini” rievoca un immaginario violino e il valzer viennese con venature di cabaret “Les chemins de l’amour” conclude la serie. La voce di Amelia Felle asseconda perfettamente questo universo composito, ora vorticoso ora lirico, e con maestria e naturalezza passa poi al tedesco “Ständchen”, considerato il più celebre lied di Richard Strauss. I versi sono di A.F. von Schack, l’atmosfera ispirata e sognante. La parte pianistica è raffinata e rapita, e Cinzia Maurantonio la esegue fedelmente senza mai travalicare i limiti imposti dalla presenza della voce – ah, quanta fatica per i pianisti che accompagnano i cantanti!
E a questo punto il colpo di genio: due romanze napoletane di Tosti. Accostamento ardito e azzeccatissimo, che piacevolmente spiazza l’ascoltatore improvvisamente risucchiato nel vortice di “Comme và” e nella napoletanità di “Tutto se scorda” – entrambi su testi di Salvatore Di Giacomo.
La seconda parte della serata ha un sapore più spiccatamente novecentesco: la Spagna di De Falla viene tracciata nelle “Siete canciones populares Españolas”, viaggio ideale dalla meridionale Murcia di “El Pano Moruno”, il pianoforte quasi chitarra da flamenco, all’aragonese “Asturiana”, passando per “Nana”, ninna nanna andalusa, e “Polo”, canto di rivolta alle crudeltà d’amore cui segue un caloroso applauso.
È il momento poi degli anglofoni: Ralph Vaughan Williams, Lee Holby e Leonard Bernstein. Anche qui il soprano barese domina musica e palcoscenico e i brani tratti dal ciclo “I hate music” di Bernstein, sono spassosi ma mai banali – irresistibile la canzone-indovinello sul grande indiano e il piccolo indiano. Conclude la rapita “Dream with me” dal “Peter Pan”, che vede salire sul palco la violoncellista Giovanna Buccarella.
Doppio omaggio al pubblico: la celeberrima “Un bel dì vedremo” di Puccini – scelta che mi ha lasciata un po’ perplessa: sfoggio vocale? Sfizio irrefrenabile quasi a testimoniare che un programma così raffinato lascia comunque la voglia di qualcosa di più “materico”? Non so, comunque la meraviglia dell’aria della povera Cio Cio San sta soprattutto nell’orchestrazione, ritengo che la riduzione per pianoforte perda un po’ – e nuovamente “Dream with me”.
Si accendono le luci, i ragazzi (ma non solo), dopo un’insopportabile astinenza da cellulari e sms, tutti incollati a ripristinarne la funzionalità, io col pensiero già alla serata con il pianoforte e il violino di Bruno Canino e Carmelo Andriani, interrogandomi un po’ sulla logica del cartellone…
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clap clap clap clap… Standing ovation al critico






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