Ferzan Ozpetek e le sue Mine vaganti

Nicole Grimaudo, Domenico Procacci e Ferzan Ozptek alla presentazione barese di Mine Vaganti
Il Salento protagonista accanto a Scamarcio, Savino e Fantastichini
Ferzan Ozpetek ritorna nelle sale cinematografiche con il film “Mine vaganti”, pronto ancora a stupire, commuovere, divertire e far pensare. Maestria ed inventiva i migliori pregi di un regista che può senza dubbio essere annoverato tra i più bravi in circolazione. Mai scontato e mai ripetitivo.
Al centro del suo cannocchiale la vita. Una famiglia, una storia, lo spaccato di una cultura, sempre approfondito ed indagato fin nelle sue più profonde implicazioni. L’omosessualità è nuovamente al centro del film, sorta di leitmotiv già a partire da “La finestra di fronte”. Ma stavolta, ci tiene a precisare il regista, non è questo il punto focale dell’intreccio. L’omosessualità del protagonista, Tommaso, interpretato da Riccardo Scamarcio, è solo la pietra dello scandalo che da inizio al racconto. Ma, come in un allargamento progressivo e coinvolgente della ripresa, l’attenzione si sposta dalla singola storia ad una realtà più grande…. per poi ritornare prepotentemente all’interno di ogni personaggio, con un violento e profondo zoom, che arriva fin nei luoghi dell’anima.
Tommaso è scappato dalla sua terra d’origine, Lecce, e dalla sua famiglia, i Cantone, proprietari di un caseificio, per costruirsi una vita, seguire le proprie aspirazioni: sentirsi libero. I suoi genitori e la sua famiglia non sanno nulla di lui: non sanno che studia lettere, che vuol fare lo scrittore. Non sanno che è gay. E Tommaso decide di vuotare il sacco, raccontare tutto, svelarsi per quello che è, per poter vivere serenamente la sua esistenza. Ma questo non gli sarà possibile.
A partire dai suoi genitori, Vincenzo (Ennio Fantastichini) e Stefania (Lunetta Savino), di mentalità retrograda e fin troppo ancorati alla tradizione, si passa ad una famiglia allargata dai tratti tutti particolari. E si scopre perché la realizzazione dei suoi obiettivi si prospetti tanto ostica e difficoltosa. C’è il fratello Antonio (Preziosi) figlio modello a servizio della famiglia, ma che troverà il coraggio di abdicare al suo ruolo, zia Luciana (Elena Sofia Ricci) provocante, riflessiva e schiava di una vita negata a sé stessa. C’è la nonna, interpretata da una emozionante e bravissima Ilaria Occhini, occhio vigile e onnipresente – la si potrebbe definire pietra d’angolo della famiglia – ma in fondo anche lei condannata a vivere nel ricordo e nell’insoddisfazione. Ed infine Nicole Grimaudi nei panni di Alba, figura di donna imprenditrice e un po’ stravagante, ma che si scoprirà poi fragile e costantemente rincorsa dal suo passato.
Tutto il film è una metamorfosi, ogni personaggio percorre una strada che lo porta al cambiamento. E’ uno scoprirsi costante ed inevitabile, che scaturisce dalla necessità di realizzare sé stessi, sentirsi vivi e mostrarsi per quello che realmente si è. Toccanti le parole della nonna, che con gli occhi di chi già sa ed ha capito, di chi conosce ed osserva, si rivolge affettuosamente al nipote dicendogli: “Se uno fa sempre ciò che gli chiedono gli altri, non vale la pena vivere”. Un inno alla libertà, alla singolarità. Un incoraggiamento ed una spinta per Tommaso a rivelare finalmente tutto ciò che ha dentro.
Tutti, o quasi tutti, nel finale trovano la strada. Che questo implichi accettazione, rivendicazione, rassegnazione o rinascita non importa. L’importante è aver aperto gli occhi.
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