Le mille e una nota di Sherazade
Pubblico entusiasta ottiene come bis la Danza Russa dello Schiaccianoci
“Due sinfonie al tempo stesso attraenti per il pubblico e formative per la neo-compagine orchestrale”. Con queste parole Boris Brott ha motivato la scelta del programma. E sembra proprio che abbia centrato in pieno il bersaglio! Così, mentre ancora risuona il falso allarme antincendio e divampano le polemiche sulla sicurezza del teatro e le fiamme (ri)proiettate sulla cupola (rituale scaramantico?), il numeroso ma non numerosissimo pubblico del Petruzzelli ha assistito a un’esecuzione dell’Orchestra della Fondazione che finalmente non delude le aspettative. Protagonista la musica ricca e sofisticata della Shéhérazade di Rimskij-Korsakov e della Sinfonia Op 36 n. 4 di Čajkovskij.
Shéhérazade è la suite sinfonica tra le più celebri di tutto l’Ottocento. Ispirata alle Mille e una notte, non è, tuttavia, musica a programma e non ripropone l’impianto narrativo del capolavoro arabo-persiano – lo stesso Rimskij-Korsakov scrive che “invano si cercano nella mia suite dei leitmotiv legati … a delle immagini. Al contrario, quelli che sembrano temi conduttori non sono altro che materiali puramente musicali”. Il primo movimento ci introduce i due protagonisti, il sultano e Shéhérazade, il primo dominato dall’aspro timbro dei tromboni, la seconda affidata al sublime violino solo di Pacalin Pavaci, che in perfetta armonia con la bacchetta (magica) di Brott, traccerà dolce e suadente il motivo della fanciulla. Poi la “parola” passa ai legni – dai contrasti ritmici del fagotto alle virtuosistiche terzine del clarinetto che ci portano dritto dritto all’Allegro giusto dell’uccello Roch, il gigantesco e mitico volatile dal cui uovo, secondo una leggenda dell’antica Persia, si sarebbe originato il mondo. Ma ecco che arriva la pagina più lirica e ispirata, dal forte sapore orientale, in cui il giovane principe e la giovane principessa si incontrano – e l’Orchestra, che dà rilievo ritmico alle percussioni e in cui famiglie di strumenti sono in continuo dialogo, risulta davvero convincente. Uno strepitoso crescendo conduce agli arpeggi che descrivono le onde e alle raffiche di vento disegnate dai legni, fino al naufragio, un semplice ma impressionante colpo di tam-tam.
Cambia l’atmosfera con la Sinfonia Op 36 n. 4 di Čajkovskij, dedicata alla mecenate Nadežda von Meck. Ingabbiato in un matrimonio di copertura, Čajkovskij esce dall’incubo abbandonando la moglie: nasce così una sinfonia della cupa disperazione, del fato che incatena e si accanisce contro l’uomo. Ma anche una sinfonia del sogno, degli arabeschi e dell’amore felice ma, ahinoi, solo utopistico. Quattro i movimenti che l’Orchestra restituisce puri e appassionati allo stesso tempo, non perdendo mai la tensione esecutiva di quest’opera che, come l’autore scrive alla Von Meck, “contiene il germe di tutta una vita; il fato è la forza del destino che ostacola la nostra felicità … e non è forse meglio abbandonare la realtà e sprofondare nei sogni?”. E proprio in una dimensione onirica si susseguono i movimenti, dalla melanconia serale del secondo alla festosità del quarto, senza dimenticare il brillante Scherzo, il cui "pizzicato" di rara bellezza l’Orchestra esegue con grande musicalità.
Scroscio di applausi, il maestro Brott che, in un italiano tenero come solo quello un po’ sgrammaticato degli stranieri sa essere, elogia l’acustica del teatro e l’Orchestra, quasi a voler dire alla sala che il merito è soltanto e tutto loro. Ah, i grandi…
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