Bachelet martire laico e uomo del dialogo

Rosi Bindi ricorda il suo Maestro
Vittorio Bachelet può essere definito un «martire laico» per la sua duplice fedeltà «al Concilio e alla Costituzione» e per la consapevolezza con cui andò incontro alla morte. A trent’anni dall’assassinio di Vittorio Bachelet, che ricorre il 12 febbraio, così lo ricorda in un’intervista all’Ansa Rosy Bindi, che era sua assistente all’università ed era a fianco a lui al momento dell’omicidio.
Lei era a fianco di Vittorio Bachelet, quel terribile 12 febbraio 1980. Cosa ricorda?
Era un martedì mattina e durante la lezione la porta dell’aula fu aperta e chiusa inspiegabilmente varie volte. Più tardi ci fu la spiegazione: qualcuno aveva diffuso la voce che c’era una bomba nella facoltà e si era proceduto allo sgombero di tutto l’edificio, ma chi doveva comunicarlo a noi non lo fece, per lasciarci uscire dalla lezione in un deserto totale. Stavamo salendo all’Istituto e nel pianerottolo fummo raggiunti da una donna che allontanò il professor Bachelet da me che stavo a pochi centimetri da lui. Lessi la paura sul suo viso, solitamente sorridente. Lo colpirono al torace poi, quando cadde a terra, l’uomo che faceva parte del comando gli sparò alla nuca. In quel momento rimasi paralizzata dalla paura e ancora oggi sento di aver mancato di pietà, non ho avuto la forza di avvicinarmi alla sua persona ormai senza vita. La notizia si diffuse subito. Bachelet non era molto conosciuto sulla grande stampa, mentre in tutte le parrocchie, anche la più sperduta, ognuno sapeva chi era Vittorio Bachelet, il presidente dell’Azione Cattolica.
Il prof. Bachelet temeva di essere nel mirino delle Br? Ne aveva parlato?
Non me lo ha mai esplicitamente confessato, però credo fosse consapevole di essere un bersaglio delle Br. Anche per questo non aveva voluto una scorta, soprattutto dopo l’uccisione della scorta di Aldo Moro, non voleva che altri innocenti fossero coinvolti, e una volta mi disse: “È meglio che muoia una persona sola piuttosto che cinque”. Sì, penso che Vittorio Bachelet sia andato incontro al dono della sua vita con grande consapevolezza. In questo senso è giusta l’espressione di “martire laico” usata dal cardinal Martini.
Lei condivise con Bachelet anche l’esperienza nell’Azione Cattolica. Fu lui il presidente che, dal 1964 al 1973, fece dell’associazione il principale strumento per far crescere la mentalità conciliare tra i laici cattolici.
Accompagnò l’Azione Cattolica nella “scelta religiosa” e ha ricondotto l’associazione alla sua missione di evangelizzazione e di formazione della coscienza dei laici cristiani. È stato il presidente della scelta del Concilio, perché è stato prima di tutto un cristiano che nella fede ha consegnato la sua vita a Dio. È singolare che in Bachelet la forza della scelta religiosa si sia manifestata nei valori laici, della democrazia, della libertà e della pace per il suo popolo. Ci ha insegnato che soltanto riconoscendo il primato di Dio si è anche autentici servitori della vita dell’Uomo. È questo il cuore della sua testimonianza.
Bachelet fu uomo di dialogo, come dimostrò al Csm.
È vero, è stato soprattutto un uomo di dialogo. Non rinunciava alle sue idee, ma le aveva talmente forti da potersi permettere il confronto con tutti. Come vicepresidente del Csm fu eletto con una profonda lacerazione, ma realizzò la maggiore unità. Difese l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che vedeva al servizio esclusivo della comunità e sottomessa solo alla Legge. È stato un grande giurista con una vera passione civile. La forza del suo operato nella Chiesa era guidata dalla fedeltà al Concilio e nella politica dall’attuazione della Costituzione. Bachelet ci insegna che per un cristiano del nostro tempo il Concilio e la Costituzione restano i due riferimenti fondamentali.
*Ansa – Roma. Si ringrazia il sito “Democratici Davvero”
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