Diario Capitale: un barese a Roma
Siamo quasi a Natale e fra statuette del Duomo volanti, processi e dichiarazioni di pentiti che tirano in causa il nostro premier, propongo una rubrica dai toni pacati e divertenti (oltre che apolitici e apartitici). Qualcuno potrà dire: che utilità ha? Io rispondo: nessuna ma quantomeno, in periodi di litigi, astio e tensioni, questa specie di diario capitolino potrà far sorridere qualcuno grazie alle tradizioni ed alle usanze nostrane. In questa prima puntata vi racconterò un aneddoto accadutomi ieri sera in treno. Ero in viaggio verso la mia residenza laziale, Fara Sabina, una frazione a circa trenta chilometri da Roma. Salgo in treno con il mio libro in mano, il “Gradisca, presidente” di Patrizia D’Addario. Mi accomodo e riprendo la mia lettura da dove l’avevo interrotta. Dopo pochi secondi, sento qualcosa di familiare, qualcosa di diverso dalla parlantina romana ma decido di non porre attenzione. Passano ancora una decina di secondi e, complice l’abbassamento dei decibel per via della diminuzione delle persone presenti nella mia carrozza, inizio a sentire distintamente qualcosa di molto familiare.
“Antò, ma ciè che stà a disc!!! (Antonio, ma che diamine stai dicendo)”
“Ooù Mchè, adaver. U’ so vist ij. (Michele davvero, l’ho visto io stesso)”
Sorrido ma non alzo lo sguardo dal libro perchè riesco a decifrare in modo certo provenienza e senso del discorso: due ragazzi, deduco Antonio e Michele, seduti ai posti opposti rispetto al mio, chiacchierano amabilmente in dialetto barese lasciando sconcertati e con un vistoso punto interrogativo disegnato in faccia i disorientati viaggiatori nella nostra stessa carrozza. Ancora con un vistoso sorriso sulle labbra, riprendo la lettura ma anche questa volta sono destinato ad interromperla molto presto.
“Antò, vid a cudd: u’libr de la D’Addarì tèn. (Antonio, guarda quello: ha il libro della D’Addario)”
“Pccè, cheddà zoccn pur u’libr a’fatt? (Perchè, quella donna di facili costumi ha fatto anche un libro?)”
Non riesco più a resistere e scoppio in una fragorosa risata. Dura poco, perché ritorno ad avere un contegno, non prima, però, di aver alzato la testa dal libro e guardato fisso i due ragazzi con un sorriso a trentadue denti. A quel punto uno dei due, con aria truce mi fa:
“Où, ciè u’compleann tu jè josc? (Scusami, cos’è il tuo compleanno oggi?)”
“No, jè doman u’compleann mì (No, è domani il mio compleanno)” gli rispondo in tono sarcastico.
“Mooo u’frat, d Bar sìì? (Incredibile fratello, di Bari sei?)”
“Si, sono di Bari” gli rispondo io in tono visibilmente disteso.
I due si sbottonano ed inizia un dialogo di un quarto d’ora: scopro che hanno entrambi ventidue anni, sono a Roma per lavoro anche se hanno intenzione di tornare presto a Bari e sono cugini.
Michele (quello che aveva provato ad intimorirmi) è più sveglio di Antonio che rimane quasi tutto il tempo della chiacchierata quasi in silenzio mentre il primo si mostra socievole ed estroverso. Mi chiede come mai sono a Roma, da quanto tempo, dove risiedo precisamente, di quale zona di Bari sono e via discorrendo. Il dialogo si snoda in modo allegro e gioviale fino all’arrivo a Pianabella di Monte Libretti, fermata precedente alla mia, dove i due scendono
“M’à fatt piacer adaver. (Mi ha fatto molto piacere, sul serio)” mi dice Michele salutandomi mentre Antonio si limita ad un congedo sommesso. Scendono, il treno riparte e, ripensando alla coincidenza, sorrido e scuoto la testa. Da quel momento Bari mi manca ancor più di quanto già non mi mancasse.
Commenti
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A noi, invece, manca la politica con la C maiuscola: quella che Nanni Moretti denunciava più di dieci anni fa. Incredibile, sembra fosse ieri, invece sono passati due lustri! Ma tutto è immobile in questo jurassico politico del centrosinistra senza trattino! D’Alema, ancora D’alema e tutti gli altri stanno ancora là: quello in perenne cungiura persino con se stesso; questi proni a fare gli sciuscà. Quando ve ne andate sarà sempre tardi! Non se ne può più.






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