Riccardo Muti e la sua Quinta vibrante e travolgente

Stefania Gianfrancesco

E per bis la “risata” del Don Pasquale

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Lo ammetto subito: arduo è il compito di chi deve parlare del concerto tenuto al Petruzzelli da Riccardo Muti con l’orchestra giovanile Luigi Cherubini, sempre in agguato il rischio di scivolare nella noiosa ripetizione sulla bravura del direttore e dei musicisti. Allora, inizio da qualcosa che musicale non è: l’atmosfera che si respirava nel teatro – gremito, ancora una volta tutto esaurito al botteghino. L’imponente organico orchestrale (quasi 90 elementi tutti al di sotto dei trent’anni) cercava sempre con lo sguardo il maestro e seguiva alla lettera ogni suo gesto, un insieme di rispetto, fiducia e affetto per una guida che incitava, rimproverava e accarezzava con lo sguardo i suoi “elementi” – l’infelice palco nell’arco scenico mi ha almeno dato il privilegio di cogliere tutte le espressioni e i movimenti sul podio.

Teneri i suggerimenti dati ai violoncelli e divertito il richiamare uno alla volta, la bacchetta che ancora scandisce le entrate in una sorta di classifica di merito, gli esecutori per riscuotere i meritatissimi applausi. La serata si apre con l’ouverture-fantasia dal Romeo e Giulietta di Čajkovskij: i temi eterni del compositore russo vengono resi con pienezza di suono e slancio, meraviglioso il dialogo fra gli archi e i legni nella sezione centrale. L’uccello di fuoco di Igor Stravinskij arriva travolgente subito dopo: questa musica misteriosa, unione di culture e tradizioni lontane nel tempo e nello spazio, esordisce con un lungo sussurrato mormorio di terzine lente affidate ai contrabbassi. L’orchestra non è mai un blocco unico ma un insieme che crea sempre nuove combinazioni e i giovani musicisti rendono con grande carica emotiva la difficile partitura, basti pensare alla lenta maestà degli archi che accompagnano il corteo delle principesse e all’infuocata (appunto!) danza dei legni con gli archi che annuncia l’arrivo della creatura magica.

Ma l’esecuzione attesa con maggiore trepidazione è senza dubbio la Quinta Sinfonia di Ludwig van Beethoven. Quattro note – tre brevi ribattute e una più lunga, “Il destino che bussa alla porta” avrebbe detto lo stesso Beethoven – per intuire immediatamente l’altissimo livello esecutivo. Quest’inciso musicale si espande, si moltiplica, infonde vitalità e vigore, e nelle giovani e appassionate mani dei musicisti provenienti da ogni regione d’Italia si trasforma in messaggio di speranza e fiducia nel futuro, come lo stesso maestro Muti ha più volte dichiarato. Ma la Quinta è fatta anche di attese, di atmosfere rarefatte e delicate, penso all’Andante con moto in cui le melodie sono affidate alla voce calda e pastosa delle viole e dei violoncelli. Anche qui, l’orchestra Cherubini mostra una maturità espressiva che le consente di non perdere mai la tensione interpretativa per riprendere poi lo slancio necessario, come nel quarto movimento con la Coda di grandi proporzioni e il Presto travolgente nel quale la ragione afferma definitivamente la propria vittoria sulle forze oscure e irrazionali del tormentato primo tempo.

Pubblico in piedi e scroscio di applausi, il maestro Muti ritorna sul podio e, spettacolo nello spettacolo, dopo aver scherzato sui “due, tre anni” d’attesa trascorsi per riavere il teatro, irritato da una voce maleducata proveniente dai palchi, annuncia secco il bis: “La Sinfonia del Don Pasquale abbiamo e questa vi diamo!”.

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Commenti

  • Levantino (utente non verificato)

    Finalmente di Bari all’unanimità se ne può parlare soltanto bene. E’ questa la Bari (e la PUGLIA) CHE VOGLIAMO.