Interculturalità, aprirsi all’altro è possibile
L’importanza della traduzione nell’approccio con chi è diverso
Da sempre l’immigrazione è uno dei fenomeni sociali più problematici e controversi, ma mai come in questo momento ci chiama ad interrogarci sia a livello personale che comunitario. Uno dei modi per aprirsi all’altro e andargli incontro è la traduzione. Questo, almeno, il pensiero racchiuso negli ultimi libri “Interculturality and gender” e “Translationscapes”, scritti rispettivamente da Giovanna Covi (docente di Lingua e Letterature Angloamericane all’Università di Trento) e Annarita Taronna (ricercatrice dell’Ateneo barese).
Due testi presentati ieri pomeriggio nell’Auditorium del corso di laurea in scienze della comunicazione. Non si tratta solo di una raccolta di atti di convegno, ma di due progetti e due percorsi lunghi e complessi dal punto di vista pedagogico, culturale e politico. Frutto non solo di conoscenze e relazioni, ma di una ricerca comune. Entrambi, infatti, si occupano di scritture interculturali che cantano la resistenza all’assimilazione e l’importanza della traduzione che permette alla lingua dello straniero di non sparire per sempre.
“Il libro della Covi – ha spiegato Paola Zaccaria, docente di letteratura angloamericana – è l’esito di un lavoro quinquennale, transdisciplinare, di un gruppo che si è voluto chiamare ‘resisters‘, fusione simbolica dei termini inglesi “sisters”(sorelle) e “resistent”(resistenti). Si tratta di uno dei tre gruppi di un progetto europeo, la cui finalità è stata quella di mettere a confronto le studiose di studi di genere con associazioni e singole donne.
Le resisters sono partite dalle teorie femministe, per poi sollevare problemi politici quali la capacità di apprendere ed insegnare vivendo nell’alterità e rispettandola. “Scrivere e insegnare attraverso i confini – continua Zaccaria – è un gesto pedagogico che ripete lo spazio dell’interculturalità. Vivere l’interculturalità vuol dire porsi fuori da quelle politiche e strutture nazionalistiche che cercano di neutralizzare le culture. Io mi devo tradurre all’altro e l’altro deve tradursi a me: è questo il nesso tra interculturalità e traduzione. Purtroppo non è facile accettare l’interculturalità perché significa abbandonarsi a relazioni mutevoli”.
I saggi che compongono entrambi i libri sono in conversazione tra loro, tutti rivolti alla necessità e alla difficoltà di una traduzione che costruisca ponti con l’altro diverso da me per razza, genere o cultura. “La traduzione – afferma Annarita Taronna – viene analizzata percorrendo molteplici accostamenti, dai quali si evince come oggi non si possa continuare a vivere se non nell’interculturalità. L’altro non è più altrove, ma contiguo. La traduzione è un movimento di saperi e flussi culturali che parla di silenzi e conflitti. L’interculturalità è il rapporto a due, fatto dagli individui, dalle relazioni, e insegnarla vuol dire entrare in conversazione”.
I saggi si sviluppano attraverso il racconto di storie di migrazioni, diaspore, esili, che indagano la violenza dei conflitti tra nazioni o all’interno di uno stesso Paese. Esplorano le relazioni interculturali generate dai confini, dal contatto con la marginalità, la razza, il genere, il multilinguismo.
Tradurre tutto questo non spetta solo agli studiosi ma, secondo le autrici, a ciascun essere umano, perché la traduzione non ha a che fare solo con due lingue, ma diventa l’impossibilità, il rischio, la necessità di dare un significato ai segni del quotidiano, a partire dagli abiti che vestiamo e dalla nostra decodificazione degli abiti che portano gli altri.
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