Una Turandot sonora e materica

Voci, suoni, magie e colori per la prima del Petruzzelli
“Sono necessari una donna straordinaria e un tenore di valore”, scriveva nel 1924 un Puccini che forse presagiva che non avrebbe assistito alla prima della Turandot. Partiamo allora dai due protagonisti. Poco persuasivo il Calaf di Fabio Armiliato: tenore più di grazia che “di valore”, nel primo atto non sempre è sicuro nell’emissione e il fraseggio sembra inquieto quasi quanto i movimenti sul palcoscenico. Ma ai più questo poco importa perché da sempre (e ci vuole un purtroppo) Calaf uguale “Nessun dorma”. Diciamolo subito per rassicurare le masse: l’acuto c’è stato e anche perfettamente intonato, ma la difficoltà di quest’aria sta soprattutto nella necessaria intensità espressiva. E il tenore genovese interrompe il portamento in più punti e sembra troppo preoccupato per convincere fino in fondo. Martina Serafin, invece, non avrebbe disatteso le aspettative del maestro: domina la scomoda tessitura e i passaggi di registro, e la sua voce, in cui risuonano tutti i suoi “trascorsi” wagneriani, delinea metallica la principessa altera conferendole, nonostante la quasi immobilità scenica, un’espressività potente chiaramente distinguibile anche nei fortissimo dell’orchestra.
Già, l’orchestra. La bacchetta di Renato Palumbo è senza dubbio appassionata. La parte iniziale risulta un po’ troppo verista (non dimentichiamoci che Turandot è una favola carica di simboli ben diversa da tutti i precedenti soggetti pucciniani) e gli impasti orchestrali talvolta esuberanti; tuttavia dalla fine del primo atto la sonorità diventa intensa sì ma con perfetto equilibrio sonoro, e all’emozionato pubblico del Petruzzelli vengono regalate delle vere e proprie gemme come il quadro primo del secondo atto. E qui diventa doveroso parlare della regia di Roberto De Simone. Come definirla? Materica, plastica, maestosa, epica. Sembrava di essere davvero dinanzi all’esercito di terracotta posto a guardia dell’imperatore Qin Shi Huang, i pezzi d’insieme tutti, senza alcuna esclusione, emozionanti – acme raggiunto con i figuranti disposti a formare una svastica, finalmente di nuovo simbolo del Sole. E questa regia colta e ispirata scongiura stucchevoli e inappropriate cineserie: proprio in quel primo quadro del secondo atto i tre ministri cinesi Ping, Pong e Pang affidati ai bravi Domenico Colaianni, Stefano Pisani e Cristiano Olivieri, pur nel rispetto della scrittura, non perdono il loro carattere di maschere direttamente derivanti dalla commedia dell’arte italiana – come i loro omologhi nell’Ariadne auf Naxos di Strauss cui forse si ispirò Puccini.
Ma il personaggio più caro al maestro lucchese è Liù, tanto che secondo la sua idea iniziale la giovane serva non sarebbe dovuta morire e le torture fatali altro non sono che l’unico modo per consegnarla all’immortalità. Anche qui ci troviamo di fronte ad arie celeberrime che la giovane Roberta Canzian affronta sicura, sostenuta da un’orchestra altrettanto convinta. Così la preghiera pagana “Signore, ascolta” si tinge di toni appassionati che esprimono l’amore per Calaf, e nella finale “Tu, che di gel sei cinta” la donna assurge a eroina chiudendo simbolicamente il cerchio drammaturgico – il suo corpo esanime viene deposto lì dove giaceva quello dell’ava rapita e violata, un’altra raffinata diavoleria del maestro De Simone. Una ultimissima noticina, anzi due: magistrale il Timur di Alessandro Guerzoni</strong>; precisi i figuranti spesso impegnati in faticose coreografie. Al finale (originale) seguono più di dieci minuti di applausi, il pubblico entusiasta della recita e del teatro ritrovato. Perdonatemi il gioco di parole di quint’ordine: chi ben comincia è a metà dell’opera…
Commenti
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Bell’articolo, complimenti alla redattrice.






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