Turandot scuote il Petruzzelli

E fra Vendola ed Emiliano è quasi il gelo
E’ bello il Petruzzelli con il pienone. Specie se le signore e signorine si sono sobriamente attenute alle leggi dell’eleganza e non hanno strafatto in sfarzo e lusso. Qualche mise più sfarzosa e sbriluccicante c’è di sicuro e chissà quanto hanno sospirato per potersela sfoggiare in santa pace. Ma il clima generale è sobrio, educato, consapevole. Tutti con il naso all’insù per vedere il gioco di luci e suoni che ridona per qualche minuto alla cupola lo splendore degli affreschi di un tempo, con la voce stellare di Maria Callas, la Norma per antonomasia.
Ma poi eccola la scena imponente, popolosa e colorata voluta da Roberto de Simone, comincia Turandot. Sull’opera si tratterrà più a fondo e più dottamente Stefania Gianfrancesco in altro articolo: per ora accontentatevi delle impressioni di una melomane, un po’ romantica e sognatrice, con un padre tenore che le cantava “non piangere Liù” a guisa di ninnananna e che spesso, sbarbandosi la mattina di domenica, cantava “Nessun dorma” senza gli strombazzamenti di pavarottiana memoria, ma con la baldanza e la dolcezza che il brano richiede.
Puntualissima, la macchina messa in moto da Roberto de Simone e dai suoi collaboratori. Dopo tre lustri e mezzo, a parte la finta inaugurazione voluta dal governo, il Petruzzelli fa davvero impressione. Ed è un’impressione straordinariamente confortante. Non siamo dei tecnici, ma la musica ci raggiungeva al terzo ordine, dove eravamo con altri giornalisti e giornaliste, senza sbavature o ottundimenti. Il display con le parole è ormai aggeggio consueto e, a ben vedere, indispensabile. Questo Puccini non è il solito, la Turandot è la sua opera meno riconoscibile ed è un capolavoro. Teatrale e seducente, offre al regista colto innumerevoli occasioni per compiacere il pubblico.
Pubblico che ha poi tributato ben 15 minuti di applausi a tutti, con punte di entusiasmo per Liù e Turandot, e un bell’incoraggiamento al tenore che a volte è sembrato insicuro, forse spaventato dal quasi inevitabile confronto con altri Calaf, sin troppo inflazionati.
In prima fila, Michele Emiliano in fascia tricolore e mamma al seguito, qualche posto più là anche Nichi Vendola, munito di mamma. Francesco Schittulli e l’ineffabile Trifone “faccia d’angelo” Altieri e un entusiasta Vittorio Sgarbi, accompagnato da vistosa signora: applaudiva felice alla fine del terzo atto, quando la scena si è chiusa esattamente lì dove Puccini scrisse l’ultima nota. E Giordano Bruno Guerri, anche lui a prima vista molto convinto dall’esecuzione e dagli interpreti.
Tutto bene, dunque. E no: fra Michele Emiliano e Nichi Vendola, gelo e quasi indifferenza reciproca. E’ stata l’unica nota stonata dell’intera serata.
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