Camosci, girachiavi e visioni
L’Italia dietro le sbarre di Christian de Vito
Titolo poetico, suggestioni bucoliche e fiabesche. Ma ‘Camosci e girachiavi’, l’ultima fatica di Cristian de Vito, storico e sociologo di ‘Normalistica’ estrazione, porta la Laterza ben lontana da boschi faunisticamente pullulanti e personaggi degni della fantasia incantata dei fratelli Grimm: tra detenuti e secondini, l’autore scende nel profondo delle meccaniche della storia delle carceri italiane, nelle sue ‘segrete’ più recondite, e spaventose. Sul terreno minato della questione penale, giudiziaria e della sicurezza, tra gli scaffali Laterza, si cimentano lo stesso De Vito, fiancheggiato dall’avvocato Michele Laforgia, professore dell’Università e della Scuola Forense di Bari.
‘Immigrati, tossici e meridionali. Così si compone al 90% la popolazione di più 60.000 persone che affolla le carceri italiane. E’ un dato che deve far riflettere, e comprendere che nulla c’è di vero nel legame fra pena giudiziaria e detenzione: quest’ultima è un fenomeno di natura prettamente storica! Ed in particolare, il carcere italiano è un’istituzione classista: non ha alcuna funzione punitiva o addirittura riedicutiva, ma solo di contenzione sociale, mirata ad emarginare quelle categorie di persone che la nostra società rifiuta e non riesce a gestire!’.
Il prologo dell’avvocato Laforgia è crudo, provocatorio, finanche estremo, sebbene indiscutibilmente veritiero in alcune sue parti. Certo, fa comprendere sin dall’incipit della presentazione la portata del dibattito odierno.
‘Camosci e girachiavi’ oscilla fra saggio storico, romanzo documentario, manifesto di denuncia; così come la figura dell’autore spazia fra i ruoli del ricercatore, del critico storico, dell’attivista. Nelle 216 pagine della sua opera più corposa, De Vito sceglie l’ottica quasi neorealistica della narrazione dal basso, o meglio dal ‘di dietro’: ‘Il mio obiettivo era quello di dar voce e memoria a chi sta dietro le sbarre, dunque non necessariamente e prettamente ai detenuti, ma anche agli impiegati, agli agenti, ai rieducatori. Questo libro racconta il carcere non in senso stretto e scientifico, ma da punto di vista storico, e soprattutto sociale, per comprendere le dinamiche che coinvolgono le classi subalterne della nostra Italia’. Dagli istituti penitenziari, l’autore osserva la fase conclusiva della Seconda guerra mondiale e il dopoguerra, racconta un miracolo economico sfocato perché vissuto da dietro le sbarre, segue la trasformazione del sistema carcerario sotto la spinta della contestazione post-1968 per addentrarsi poi negli anni di piombo e negli anni Ottanta e rivivere le più recenti trasformazioni legate ai flussi migratori globali e alle politiche fondate sulla sicurezza.
Con una certezza unica, ed una conclusione fondamentale: il sistema carcerario in Italia non funziona. ‘Il nostro carcere è disumano: tutte le prigioni sono in condizioni che vanno al di là delle limiti numerici leciti, ben al di là di ogni decenza. I luoghi che dovrebbero simboleggiare la legalità, versano in uno stato cronico di illegalità. E’ una situazione criminogena, ed è la vera causa della mancanza di sicurezza nel nostro paese’ denuncia De Vito, sostenuto dall’eco di Laforgia, che ricorda come ‘proprio nelle carceri è nata la Sacra Corona Unita!’. E’ il fenomeno che l’autore registra ed analizza sotto la denominazione di ‘cortocircuito del reato piccolo’: la sanzione della criminalità genera criminalità.
Poi si parla di indulto, inevitabile allorché si affrontino argomenti quali pena, giustizia, prigione. E qui le tesi di autore e commentatore, che sembravano inattaccabili, sembrano, vacillare..
La verità di De Vito e Laforgia è che l’indulto – la celeberrima ‘Legge-Mastella’, affossatore del consenso del (mai abbastanza rimpianto) governo Prodi, male assoluto nell’ideologia dell’opinione pubblica, eppure accolto dal mondo delle carceri come atto di giustizia dovuto a riscatto delle mostruosità inaudite avvallate per incuria o disinteresse – sia stato, fondamentalmente, cosa buona e giusta. ‘La percentuale statistica dei casi di recidiva dei carcerati liberati per indulto è di gran lunga minore di quella dei carcerati per esaurimento della pena!’ sottolinea Laforgia. ‘La maggior parte della popolazione carceraria è detenuta per reati minimali: è opportuno sfollare le prigioni, perchè esse sono una delle sedi primarie di diffusione e reclutamento di criminalità. Semmai, di sbagliato c’è stato il deserto che ha accolto gli ex-detenuti al momento della liberazione’.
Dati scientifici ed opinioni si confondono nell’analisi di DeVito che meriterebbe approfondimento, e d’essere approfondita. Di certo, è opportuno ricordare che è anche e soprattutto la certezza della pena garantita, il conferimento di un significato concreto alla parola ‘giustizia’, che assicura la sicurezza di uno Stato. Ma su un tema tanto delicato è opportuno riflettere con coscienza e cognizione, mai lasciarsi andare a pericolose generalizzazioni. In Italia abbondano le seconde, delle prime va svanendo persino il ricordo. De Vito ci prova, i rischi son sempre in agguato.
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