Diario di bordo
I fatti della settimana da leggere e rileggere insieme
La popolarità del Presidente Usa Obama sembra sia in calo. La riforma sanitaria, socialmente improcrastinabile, preoccupa non poco gli americani per i sui costi, mentre la politica della “mano tesa”, avviata dallo stesso Obama nello scenario internazionale iracheno, iraniano ed afghano, viene percepita dai più come un insuccesso. Ciò non toglie che l’America di Obama, oltre ad essere geograficamente un grande Paese, è anche una grande democrazia.
Sembrava, fino a pochi giorni or sono, che sulle nefandezze commesse dalla Cia e dai carcerieri militari ai danni dei sospettati di terrorismo a Gantanamo ed altrove la Casa Bianca volesse stendere un velo pietoso in nome della ragion di stato. Chi non ricorda con orrore le foto degli abusi?
Alla fine non è stato così ed Obama, a dispetto delle aspettative e di qualche mezza promessa in tal senso strappatagli dai Repubblicani e dai Democratici conservatori, ha recentemente autorizzato il suo Ministro della Giustizia a nominare un Procuratore speciale per indagare sugli abusi commessi nei confronti dei presunti terroristi dalla Cia, le cui competenze in tema di indagini sul terrorismo sono state trasferite all’Fbi.
Il Direttore della Central Intelligence Agency, Leon Panatta, ha minacciato le dimissioni. Ritiene suo dovere “difendere quegli agenti che hanno fatto quanto l’America ha richiesto loro”. Francamente, credo che le dimissioni siano “ammuina”, secondo il più classico concetto borbonico del termine: cioè movimenti (di truppe, nel caso dell’esercito di Ferdinando e Franceschiello) tanto per far vedere che si fa qualcosa, ma in realtà senza voler approdare ad un bel nulla.
So che quanto sto per sostenere non piacerà né a destra, né a sinistra e dunque non mi farà vincere l’Oscar della simpatia. Pazienza; l’importante è riferire onestamente a Voi, cari lettori, ciò che penso, lasciando poi Voi liberi di decidere se condividere o meno. Evitare, cioè, manipolazioni.
Una grande democrazia deve saper fare ammenda dei propri errori, chiamare a rispondere dei propri comportamenti chiunque abbia violato le leggi, prima di tutto quelli che hanno compiti di responsabilità nel Paese, e proprio per questo sono tenuti a dare l’esempio con rigore estremo.
Solo le dittature, blande o rigide, bonarie o sanguinarie che siano, non ammettono mai l’errore, non processano mai i propri oligarchi, le caste al potere, per quanto corrotte e manifestamente intrise d’illegalità.
Non piacerà, dunque, questa sottolineatura a chi amava quell’America che “esportava la democrazia” a suon di bombardamenti e carri armati; non piacerà, per converso, a quanti continuano a vedere negli Usa la madre di tutte le pestilenze del mondo occidentale.
“A me”, avrebbe detto il grande Totò, “mi piace. Non so a Voi, ma a me mi piace”.
Mi piace Obama, ma mi piace ancor più un Paese che gli permette di riconoscere gli errori e di modificare la rotta. L’America di Bush era diversa e per me assai peggiore, ma comunque un Paese capace di cambiare in meglio o in peggio, come solo una democrazia radicata sa fare.
Commenti
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Gianvito, concordo sulla tua opinione su un grande Presidente come Obama…ad averlo in Italia…






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