Io…speriamo che me la cavo
Tutta la verità sulla vita dei NOSTRI immigrati
Storie di vita vissuta. Peggio di quelle che immaginiamo, peggio di ciò che vediamo in televisione. Al di là della ragione, oltre la retorica. Quando finiscono la paura, i pregiudizi, lì inizia la vita vera. Necessariamente si è portati a riflettere, a farsi delle domande e forse, chissà, a guardare il “diverso” con occhi nuovi.
Si chiamano Gregory e Perpetua. Sono nigeriani, e sono fidanzati. Se potessero si sposerebbero anche oggi, ma purtroppo per questioni burocratiche questo è loro impedito. Sono sbarcati in Italia, a Lampedusa, il 27 ottobre 2008 dopo un lungo viaggio che dal 2005 li ha portati prima in Libia, poi in Italia.
Ancora non hanno imparato l’italiano, ma l’inglese lo masticano più che bene e ci tengono molto a raccontarmi le ragioni del loro esodo, perché è una storia veramente toccante, e per farmi capire che non avrebbero potuto fare altrimenti.
Il loro paese d’origine, la Nigeria, dal 1967 al 1970 è stato attanagliato da una guerra che ha visto combattere Ibos e Biafrani l’uno contro l’altro. La battaglia si è conclusa con la vittoria del Biafra e la sua dichiarazione d’indipendenza, mentre gli Ibos sono rimasti in minoranza, costretti a spostarsi dall’est verso ovest alla ricerca di migliori condizioni di vita. Per punirli, però, il governatore della parte occidentale, Adebayo, intraprende una politica di dura repressione, negando loro anche i più elementari mezzi di sopravvivenza quali acqua, case, rifugi. L’oppressione del governo col passare del tempo è diventata sempre più dura, specie nei confronti dei cristiani cattolici: il lavoro scarseggia, la povertà dilaga. Aumentano gli arresti da parte dei militari nigeriani e coloro i quali finiscono, per sfortuna o giustizia, in carcere non riescono più ad uscirne, non rivedono più i parenti, non hanno più una vita. Alcune ragazze per la disperazione cadono nel giro della prostituzione e Perpetua, con un’espressione tra il compassionevole e il rassegnato, mi dice che è davvero una decisione al limite, poiché in Nigeria le donne di strada non vengono considerate nemmeno esseri umani e se scoperte vengono poi uccise.
Entrambi non fanno che ripetermi che la situazione è davvero insostenibile, così nell’ottobre del 2005 hanno preso la decisione di fuggire da quella gabbia e cercare di farsi una vita altrove.
Prima tappa: Libia. Gregory è laureato in ingegneria meccanica ed inizia a lavorare presso una compagnia italiana che però non assume direttamente i dipendenti, ma tutto viene fatto con la supervisione del governo libico quindi in Italia Gregory non ha la benché minima possibilità di far valere questo periodo lavorativo.
Nuovi problemi, nuova partenza, anche in Libia la situazione si fa insostenibile e i due, il 27 ottobre 2008, sbarcano a Lampedusa. Rimangono in bilico tra pratiche burocratiche e tentativi di smistamento per 91 giorni, quando vengono destinati al CARA di Palese. Qui vengono sottoposti ad una prima indagine circa il motivo per il quale sono emigrati dalla Nigeria, e dopo aver fatto la richiesta di asilo, dopo 15 giorni riuscono ad ottenere lo status di rifugiati politici. Senza casa, né lavoro. Non sanno come sopravvivere. E così la Fondazione Migrantes della chiesa San Marcello si è fatta carico della loro situazione ed ha deciso di ospitarli fino a quando non troveranno una sistemazione migliore.
Hanno frequentato due corsi di italiano, e si stanno davvero rimboccando le maniche. Mi dicono che trovano sia assurdo che nel CARA(che definiscono come una semi-prigione) non ci sia una scuola, una prima educazione. I richiedenti asilo passano tutta la giornata tra letto e cibo, e questo è frustrante, controproducente ed alienante. “Bisogna insegnare agli immigrati come vivere in Italia, dovete educarci alle vostre usanze, alle vostre abitudini e tradizioni, cosicché noi potremo adeguarci e rispettarle” interviene Perpetua, fino ad allora piuttosto silenziosa.
“They have to give us a chance” (devono darci una possibilità) continua a ripetermi Gregory con voce speranzosa. Ha tanta voglia di mettersi al lavoro, di essere utile, di integrarsi nella società. Mi dice anche che sarebbe disposto a fare qualsiasi lavoro manuale, pur di lavorare. E questa, per un ingegnere, è una grande prova di umiltà.
Commenti
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per questioni burocratiche??? l’italia fa propio pena
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Ha ragione Perpetua,io dissi molto tempo fà,su questo giornale,che nei centri di accoglienza dovrebbero fare una scuola per insegnare l’italiano agli immigrati,dire le nostre usanze.Ma non è stato mai fatto,spero che Vendola faccia qualcosa,potrebbe usare gli insengnanti precari,con dei turni di 4 ore,sarei felice se ciò si avverasse.
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Incantevole, abbiamo visto i loro passi grazie alla tua “penna”.






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