Marcinelle: l’Italia ha dimenticato

In memoria di una tragedia e di mio padre
L’Italia ha dimenticato molte cose. L’Italia ha dimenticato la sua storia, o forse non la vuole ricordare.
Ha dimenticato i manifesti che tappezzavano i paesi del leccese nel 1946, e che con lo slogan “l’operaio italiano è uno dei migliori” invitavano al reclutamento di manodopera per le miniere belghe.
Ha dimenticato che nei dieci anni successivi arrivarono in Belgio circa 140.000 uomini, oltre 17.000 donne e 29.000 bambini. E che il Governo riceveva per ogni minatore 200 tonnellate di carbone.
L’Italia ha dimenticato che nelle gallerie a 1000 metri sotto terra bisognava strisciare per passare, e che solo dopo la tragedia di Marcinelle fu introdotta la maschera antigas.
E non c’era l’Italia quando da quei cunicoli, l’otto agosto del ‘56, furono tratte 262 persone, di dodici nazionalità diverse, metà delle quali italiane. Né quando il 23 agosto, ultimo giorno delle operazioni di soccorso, una voce in italiano disse “tutti cadaveri”.
L’Italia ora dice che quei minatori furono “i primi costruttori di un’Europa unita”, i primi cittadini europei, coloro il cui sacrificio modificò la storia, creando nuove condizioni per la tutela del lavoro e ponendo le basi per la fratellanza fra i popoli.
Ma l’Italia era assente ai funerali di quei tanti, fieri eroi che nelle miniere hanno speso l’anima, vestendola di un mantello di antracosilicosi.
“Polvere sui polmoni” la chiamavano – non era riconosciuta come causa di invalidità né dal Governo italiano, né da quello belga.
Finché non arrivava la morte a dare ad essa dignità.
*fiera figlia di un fiero minatore morto per carcinoma polmonare dopo 28 anni vissuti sottoterra)
Commenti
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vorrei che faceste uno sforzo in redazione per recuperare e pubblicare a mò di logo del giornale,la famigerata foto anni ’60 esposta del cartello affisso sulla vetrina di un bar della civilissima Svizzera, modello dei nostrani secessionisti della “padania-egoistonia-fellonia” che intimava:VIETATO L’INGRESSI A CANI ED ITALIANI.Chissà che qualche ‘nordico’ seguace rinsavisca ed arrossisca di vergogna piuttosto che di vino bollito.
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vorrei che faceste uno sforzo in redazione per recuperare e pubblicare a mò di logo del giornale,la famigerata foto anni ’60 del cartello affisso sulla vetrina di un bar della civilissima Svizzera, modello dei nostrani secessionisti della “padania-egoistonia-fellonia” che intimava:VIETATO L’INGRESSO A CANI ED ITALIANI.Chissà che qualche ‘nordico’ seguace rinsavisca ed arrossisca di vergogna piuttosto che di vino bollito.
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Cara Ileana, l’Italia dimentica molto della sua storia, soprattutto quella più nobile fatta da persone emigrate come tuo padre, che conoscevano solo fatica e solitudine. E vittima due volte, della miseria più aggressiva della propria terra e delle condizioni disumane di lavoro. Come oggi per la stragrande maggioranza dei nostri immigrati, vittime della miseria del loro Paese, che noi abbiamo depredato, e dei nostri disumani “caporali”.
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leggendo di quel maledetto giorno e questo bruciante articolo scritto da chi quella tragedia l’ha in qualche modo vissuta sulla sua pelle, ho provato un grande senso di rabbia e sconcerto pensando a quelle persone, ai loro familiari, e a tutti gli altri uomini che se ne sono andati silenziosamente nel tempo a causa delle terribili condizioni ambientali che quel lavoro impone.1000 metri è una profondità che va oltre il senso del sacrificio e di responsabilità verso la propria famiglia.
luca
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grazie a tutti per la condivisione.
mio padre ci guarda – questa volta da lassù – e sorride.
un abbraccio, silenzioso e forte,
Ileana






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