Una vita al confine

Chiara Divella

Il confine messico-americano: quando costruire muri è più facile che incontarsi

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Raccontare la vita lungo le frontiere messico-americane. Un confine geografico, ma soprattutto culturale, antropologico e politico. A “cantarla” è Gloria Anzaldùa, poeta e pensatrice chicana morta cinque anni fa. Un ritratto per immagini riproposto nel film documentario di Paola Zaccaria e Daniele Basilio, dal titolo già eloquente: “Altar. Cruzando fronteras, building bridges”.

Il film, proiettato per la prima volta a Bari alla presenza di Corrado Petrocelli, Silvia Godelli, e altre rappresentanti dell’Ateneo barese, ha suscitato commozione nella platea, ed è riuscito a catturare l’attenzione dei presenti nonostante il caldo. Prodotto dalla ricerca condotta in sole due settimane fra California e Texas, è emerso ieri il grande valore di quest’opera, che non è solo una rievocazione ed un omaggio ad una piccola-grande donna come la Anzaldua, ma anche uno spunto di riflessione sulle barriere sociali, fisiche e mentali, che, purtroppo, non riguardano solo il Messico ma anche la nostra Italia.

“Intendevo inizialmente documentare la genesi, lo sviluppo e gli effetti della poetica e della visione politica della frontiera teorizzata da questa autrice, – ha affermato Paola Zaccaria – e individuare come quella poetica e politica potessero aiutarci a non alzare steccati sulle sponde del Mediterraneo”

“La scoperta del forte impulso dato dalla Anzaldua alla creatività di altri artisti di frontiera – continua Zaccaria – mi ha incoraggiata a tentare la strada della documentazione visiva di una cultura così contaminata come quella messico-americana”.
Risulta evidente dalle interviste realizzate nel video, come l’omaggio all’eredità dell’Anzaldua prenda forma e colore nella tessitura dell’arte di frontiera di donne chicane e nell’attivismo di centri culturali che si dedicano a creare ponti fra differenze. “Il documentario costruisce, rifacendosi a forme d’arte popolare come l’altar, un viaggio attraverso frontiere reali come il filo spinato, la polizia di frontiera, le città inferno del confine fra Texas e Messico, e spazi di convivenza creati in centri per la giustizia sociale”.
Elemento toccante del film sono i passaggi che descrivono la costruzione del muro di separazione tra Stati Uniti e Messico, con l’obiettivo di impedire ai migranti, in particolar modo messicani e centroamericani, di oltrepassare il confine statunitense. Pensiamo al muro antispaccio contro i ghetti urbani di immigrati di via Anelli a Padova. O ai che ghetti che popolano le nostre città, a partire da Bari. Questo bellissimo film, omaggio dalle sponde del Mediterraneo, da una realtà così apparentemente diversa rispetto a quella messico-americana, ci aiuta a riscoprire quello che abbiamo in comune. Ed invita gli spettatori a sperimentare un percorso che richiede attraversamento di frontiere, costruzione di ponti, approdo a quella trasformazione che implica “l’offerta di ospitalità incondizionata all’arrivante senza neanche chiedergli il nome” (Derrida). Se solo ne fossimo capaci!

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