“Mensch – Esseri umani” e bestie. Il delirio di un delirante

Claudio Cimaglia

L’olocausto visto dalla parte dei nazisti. Tra gli attori anche il pubblico…che non apprezza

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Sentirsi parte di una Storia che si vorrebbe cancellare. Sentirsi, nel giro di pochissimi istanti, sia vittime sia carnefici del più grande crimine commesso nella Storia. Sentirsi ‘intrappolati’ sulla poltrona di un teatro ignari protagonisti di barbarie e follie, senza possibilità di scampo.
Sentirsi… e basta.
Obiettivo raggiunto per Vito Latorre e la sua compagnia teatrale Onirica. “Mensch – Esseri Umani”, lo spettacolo in programma fino al 31 di maggio al teatro “Duse” di Bari, riesce a collocarsi come pecora nera nel folto gregge di opere d’arte aventi per tema il nazismo e l’olocausto.
Tante le fonti. Da Primo Levi a Bertold Bretch, da George Tabari allo stesso Adolf Hitler, il tutto amalgamato dal genio creativo del regista-attore Vito Latorre.
Come sfondo, un vasto archivio di documenti storici e reali testimonianze che mettono una concreta ipoteca su coloro che ancora usano il negazionismo per fingere di assolversi la coscienza.
Non si spengono ancora le luci che già si inizia a respirare un’atmosfera macabra. Gli attori girano per la sala scrutando la gente che prende posto e chiacchiera in attesa dell’inizio.
Viene da chiedersi, effettivamente, come sia possibile aspettare l’inizio di qualcosa che, ancora oggi, non ha una fine?
Poi la Paura entra in scena. Genitori che temono di essere traditi dai propri figli, soldati che negano di essere in guerra, maestrine di scuola che ‘educano’ i futuri cyborg ariani. Inseguimenti tra le poltrone del teatro e tanta violenza fisica, verbale e, soprattutto, psicologica.
Niente da fare. La Storia non si cambia e tanta gente abbandona la sala.
Chi si aspettava di vedere un tradizionale spettacolo fatto di tavole di legno, attori, sipari, è rimasto deluso. Chi, invece, ha avuto la decenza e l’ardire di restare, si è ritrovato al centro di una propaganda vera e propria, con tanto di santini e volantini distribuiti durante il finto intervallo.
La seconda parte è meno agghiacciante. La compagnia Onirica finge di tornare negli schemi e la scena si svolge sul palcoscenico.
Il copione diventa niente meno che lo stesso “Mein Kampf” di Hitler. E, finalmente, si inizia a sorridere. Un riso amaro, ovviamente, che fa male come un numero impresso a fuoco sul braccio.

Francesco Lamacchia, promettente giovane attore, riesce a trasformarsi in Hitler e a palesarne la follia sin dai tempi della, tanto augurata quanto improbabile, accademia delle belle arti, per trasformarsi poi in un fanatico e delirante politico.
Nessuna invenzione scenica, nessuna retorica di adattamento, nessun artificio di pathos. Solo la Storia, in tutta la sua violenza e crudezza, raccontata proprio dagli assassini. Non è un caso che anche la Morte sarà un personaggio chiave per tutti i 90 minuti di messa in scena.
Esperimento riuscito per Latorre, anche se molta gente non è rimasta fino alla fine dello spettacolo.
Evidentemente si è ancora troppo legati agli schemi teatrali classici. Ma, se il teatro è vita, se è la rappresentazione della realtà tramite maschere e costumi, non c’è da stupirsi se il pubblico è chiamato ad esserne protagonista.
Spettacolo da non perdere, assolutamente.

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