L’Italia cerca patti con l’Adriatico
Godelli: “Per svilupparsi a livello internazionale è necessario lo sfruttamento intelligente della risorsa immigrazione”
Molte delle cose che accadono nell’Adriatico sfuggono o non sono di facile comprensione essendo questo un mare che collega popoli e società molto diverse, anche quando sono all’interno di una stessa realtà statuale. I legami adriatici esistenti, a cominciare da quelli economici, sono oggi molto estesi e non mancano progetti ambiziosi come quello che vede tutte le regioni adriatiche impegnate nella creazione di una nuova Euroregione. Tutte queste dinamiche, però, incontrano numerosi ostacoli che possono andare dalla concezione dell’egemonia violenta di alcuni stati fino al provincialismo italiano, passando per ignoranza e preconcetti nei confronti dei popoli balcanici. Per provare a puntualizzare quali sono tali problemi e per esaminare quali potranno essere le prospettive del nostro paese nei rapporti con i paesi dell’area adriatica, è stato indetto in mattinata un seminario promosso dalla rivista east (Europe and Asia strategy) con il patrocino della Regione Puglia e di Confindustria Bari. A presenziare al seminario, moderato dal direttore di east Vittorio Borelli, c’erano l’economista Franco Botta, lo storico delle relazioni internazionali dell’Università di Bari Luciano Monzali e l’assessore al Mediterraneo e alla Cultura della Regione Puglia Silvia Godelli.
Franco Botta ha una tesi secondo la quale le debolezze del paese Italia sono, o potrebbero essere, nei rapporti con i paesi balcanici un punto di forza: “Il nostro paese è un paese che non si lascia capire facilmente e che spesso incanta per questo suo essere difficile da decifrare. Esiste, infatti, una chiara difficoltà che nasce dal fatto che si fa sempre fatica ad individuare priorità settoriali e geografiche e ad organizzare risposte coerenti. Sono in tanti – prosegue Botta – a pensare che gli esiti dei nostri interventi sarebbero certamente migliori se si riuscisse a definire quali sono le questioni da privilegiare. In realtà conviene provare a capire se quello che è da tutti considerato un limite non possa rivelarsi in questi contesti come una risorsa utile per raggiungere alcuni nostri obiettivi. Non è da escludere, infatti, che in un’area come quella balcanica caratterizzata da realtà statuali piccole e fragili che non favorisce l’ingresso di questi nuovi stati nell’Unione Europea, la nostra debolezza possa essere stata nel recente passato un vantaggio nell’instaurare rapporti con tali stati e possa anche in futuro rivelarsi utile per consolidare spazi di sviluppo. Concludendo l’Italia può guadagnare ruoli e spazi nel mondo usando al meglio il soft power, il potere delle idee, potere che solo in parte dipende dai governi e che fa si che i nostri tradizionali limiti possano invece rivelarsi come una risorsa”.
“La grande sfida dell’Unione Europea per il ventunesimo secolo sarà quella di integrare i vari popoli europei – sottolinea invece Luciano Monzali – .Tale cooperazione dovrà avere come punti comuni lo sfruttamento delle risorse ambientali, la difesa e la repressione della criminalità e per concorrere a far sì che tale progetto si realizzi, il nostro paese dovrà badare in maniera maggiore ai tanti punti di contatto che abbiamo con le nazioni a noi vicine ma che, in realtà, tendiamo a non vedere per tre motivi fondamentali: il provincialismo ossia quella pratica che mira al benessere del nostro piccolo e nel nostro contesto ma non all’estero, l’ignoranza derivante dalla mancanza di studio delle culture di popoli stranieri come, in questo caso, quelli balcanici, ed infine il mantenimento in vita degli stereotipi passati che vedono i popoli dell’area adriatica come popoli ostili e non come portatori di modernità". "Se vogliamo – chiude Monzali – avere un ruolo importante nelle relazioni internazionali il nostro primo compito è il superamento di questi tre limiti nostrani”.
La chiusura del seminario è ad opera dell’assessore Godelli: “La proiezione internazionale delle nostre regioni verso gli stati stranieri è stata variabile e priva di una regia coordinata da parte del governo nazionale. Nell’Unione Europea l’articolazione delle autonomie periferiche è difforme e crea notevoli problemi e a tal proposito molti paesi chiedono il nostro aiuto e la nostra collaborazione affinchè anche loro possano mirare all’approdo nell’UE. Tale collaborazione dovrà essere esplicata grazie al superamento dell’egemonia di conquista di terre e mercato per arrivare ad una cooperazione e ad uno sviluppo basati sul dialogo culturale e sullo sfruttamento intelligente della risorsa immigrazione. Solo così si potrà ottenere una cooperazione rafforzata e duratura per lo sviluppo del nostro paese ma anche di quelli balcanici”.
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