Donne in carcere si raccontano
Valeria Simone: “Il carcere segna il corpo delle detenute in maniera diversa rispetto agli uomini”
Quando varchi la soglia del carcere di Bari hai la sensazione di essere scaraventata in un’altra dimensione. Si chiude la prima porta alle tue spalle, poi la seconda, poi un’altra e ancora un’altra. Ti senti in gabbia e pensi che le 16 detenute della sezione femminile in quella gabbia ci vivono da mesi o anni. Lasci nell’armadietto la borsa con tutto quello che hai e pensi che quelle stesse donne sono private non solo dei loro effetti personali, ma anche della casa, dei genitori, dei mariti e dei figli. Sono donne. E anche chi scrive non potrà mai sapere cosa significa avere tre ore d’aria al giorno, litigare con le altre “compagne” per le cose più futili, poter vedere o sentire le persone che ami solo in giorni e orari prestabiliti. Si capisce se si parla con loro, così come hanno fatto Agnese Purgatorio e Valeria Simone, curatrici del laboratorio di scrittura “Grafie del sé, raccontare e raccontarsi per immagini”.
L’iniziativa, presentata stamattina nella sezione femminile del carcere di Bari, è stata promossa dal Centro di Documentazione e Cultura delle Donne, dalla Direzione del carcere di Bari e sostenuta finanziariamente dall’Ufficio della Consigliera di Parità rappresentato da Serenella Molendini e Teresa Zaccaria. “Il progetto presentatoci alcuni mesi fa da Agnese Purgatorio e Valeria Simone – ha affermato Molendini – è stato subito accolto, anche perché stiamo finanziando e seguendo molte iniziative similari nel carcere di Lecce, che hanno dato ottimi risultati. Le detenute hanno così la possibilità di relazionarsi con l’esterno, di crescere sia umanamente che culturalmente, e di non pensare alla terribile situazione che vivono”.
Il laboratorio ha permesso a queste donne di cimentarsi nella poesia, nel racconto e in particolari forme di arte come i collages. “E’ stato un viaggio all’interno di noi stesse – ha affermato commossa Agnese Purgatorio -. Abbiamo ritrovato un luogo, uno spazio-tempo di libertà. Il gruppo ha deciso di scrivere le poesie per un concorso ed ha creato un nome che lo rappresentasse. Questo atto formale della nascita del gruppo ci ha condotte per mano alla realizzazione dei collage, che hanno dato sfogo a situazioni emotive difficili da superare da sole”.
E’ stato molto toccante ascoltare dalle voci delle detenute le loro poesie e i loro racconti, carichi di sofferenza, voglia d’amore, di relazione, di femminilità. “Il carcere segna il corpo delle donne in maniera diversa rispetto agli uomini – ha sottolineato Valeria Simone – Ci sono madri che non possono vedere i figli perché non tutte le detenute sono baresi. Con questo laboratorio si è creato un luogo poetico e politico. Il laboratorio è stato uno spazio libero in cui esprimersi. Abbiamo condiviso la nostra femminilità, la nostra infanzia, la nostra storia, i legami e le relazioni”. Un percorso culturale, ma soprattutto affettivo, capace di entrare con tatto nelle vite di quelle donne, che per aver incrociato avvenimenti più grandi di loro, ora si trovano a sopportare il peso di essere definite, prima ancora che donne, delle “detenute”.
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