Razzismo di Stato?

Un’analisi che dà risposte semplici ma spesso inconfessabili
Tentare di negare la soddisfazione provata da alcuni italiani per il respingimento verso la Libia di quelle barche di migranti africani che cercavano qualità di vita migliore, è una perdita di tempo. Lo conferma il successo ottenuto dai politici che avevano incentrato la propria propaganda elettorale sull’espulsione degli “extracomunitari” dall’Italia, qualora gli italiani avessero votato per loro.
Non è perdita di tempo, invece, ricordare o informare che quegli italiani che rifiutano la presenza di africani nel proprio territorio, sono gli stessi che rendono invivibili le terre africane.
Sono gli stessi che direttamente o indirettamente non vogliono gli africani nemmeno in Africa. Con la differenza che gli italiani in Italia possono parlare e agire in prima persona, all’aperto, in nome delle leggi, della sicurezza del popolo.
Nelle terre africane, invece, si riparano sotto le spoglie della beneficenza, degli aiuti ai poveretti, della cooperazione.
Qualcuno potrebbe dire che lì dipende anche dai governi africani. Ebbene: nella classifica di Transparency International, l’organizzazione che si occupa del fenomeno della corruzione su scala mondiale, i paesi africani risultano i più corrotti del mondo. Secondo questa organizzazione, che assegna un punteggio da 1 a 10, ben trenta Nazioni africane hanno un punteggio pari a 3 o inferiore. Solo il Botzwana ha un indice di corruzione basso, pari al 5,9, che lo colloca al 32° posto nella classifica mondiale.
Ora, non ci sono corrotti se non vi sono anche corruttori. E i corruttori degli africani non sono i morti di fame. Dunque, sono da scovare fra i benestanti. Qui si potrebbe fare un’interessante dissertazione a proposito del termine “clandestino”. Chi è il vero clandestino? Colui o colei che sale su un gommone per andare verso l’Europa, in cerca di migliori condizioni di vita, affrontando un mare aperto e spesso tempestoso, con i suoi misteri e i suoi pericoli; oppure il mercante d’armi, il fallito nella propria terra, il manager delle multinazionali che vanno in Africa, camuffati da benefattori, cooperanti, volontari, tecnici, operatori di ONG? Quante ONG italiane si sono installate in Africa! Saranno tutti i loro membri animati da zelo per gli africani? Con l’abbondanza di truffatori, corruttori, ruffiani e barattieri che abbiamo qui in Italia, possibile che in Africa non ne vada a finire nessuno? Anzi, sono proprio quei titoli così nobili che permettono loro di spadroneggiare nelle terre d’Africa.
Ciò che si prefigura da parte di alcuni italiani è la divisione degli africani in due categorie: gli uni per fungere da ponte verso le ricchezze di cui l’Africa è piena (diamanti, metalli preziosi, fosfati, legno ecc. ecc.), gli altri per essere utilizzati con il dorso curvo nelle fonderie, nei campi di raccolta e ovunque ci siano lavori pesanti e pericolosi. Una terza via non è ammissibile.
In effetti, espressioni come “l’immigrato entra se serve e serve in quanto svolge mansioni che gli italiani non svolgono più”, oppure “gli africani devono essere aiutati a casa loro”, o ancora “con i clandestini tolleranza zero” sono ispirate più che da ragioni giuridiche, da una decadenza morale, se è vero ciò che diceva lo studioso francese Pierre Miquel che la civiltà di un popolo si misura dal suo modo di accogliere lo straniero o ancora ciò che recentemente ha detto Joseph Ratzinger all’Aquila: La solidarietà è un sentimento altamente civico e cristiano e misura la maturità di una società.
Ciò che risulta, in realtà, è che siamo di fronte ad un inconfessabile ma feroce razzismo di stato nei confronti di chi, con la pelle nera, viene trattato alla stregua di un insetto nocivo o di un’epidemia pericolosa in quanto agli occhi dei potenti ha perso ogni qualità umana ed è soltanto oggetto di rifiuto e soggetto della personale soddisfazione “politica” di chi decide il suo destino.
*Docente di Sociologia delle Relazioni Etniche – Università di Bari
Commenti
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Che dire: un’analisi perfetta.
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Parole chiare, nette, che dovrebbero indurre qualche riflessione in tutti noi, italiani indigeni di pelle bianca… indurre chi ha ancora un pizzico di coraggio ad alzare la voce, a smetterla con questa rassegnazione che ci sta consegnando un’Italia irriconoscibile! Gli italiani in Africa ne hanno combinate tante, ma i libri di storia sono reticenti. Quante favole amiamo raccontarci…
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bah!!!
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Questo articolista, mi sembea straniero, ha paura di perdere il posto per mancanza di materia prima?
Perchè non va via anche lui assieme alla Dell’Orzo? -
E’ noto che per avere materie prime a buon prezzo si deve mantenere l’instabilità politica nei paesi che ne sono ricchi…e così godono multinazionali, mercanti d’armi ecc, ecc…tutti devono imbarcarsi e venire qui a prenedere ciò che è loro…perchè per i nostri interessi ce ne siamo sempre sbattuti delle loro vite…






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