Apri gli occhi, una luce è dietro l’angolo
“Prostituite”, e non prostitute: nel 2008 sono state più di un milione le persone “trafficate”al mondo, più di 500.000 solo in Europa, una grossa percentuale ridotta in schiavitù per sfruttamento sessuale. Ma non solo: la tratta di essere umani crea un giro d’affari ed un mercato globale, secondo solo al traffico di droga e di armi, che vive sulla connivenza (o quanto meno sulla reciproca tolleranza) di mafia locale ed internazionale. Sequestro di persona, violenze, minacce, percosse, servono alle organizzazioni criminali per “far fruttare” il corpo e il lavoro delle vittime, costrette a prostituirsi, a lavorare senza permessi senza orari né compensi dignitosi, obbligate a vendere gli organi o ad accattonare.
Nigeriane sulle strade, rumene e ucraine badanti nelle nostre case, ma spesso non meno vittime di “agenzie”di connazionali cui corrispondere parte del compenso: e non serve nessun provvedimento sulla sicurezza, nessuna ordinanza dei sindaci per “ripulire le nostre strade” a risolvere il problema. “Queste sono solo operazioni di lifting”, dichiara Tina Abbondanza, psichiatra dell’Associazione Giraffa Onlus, che dal 1997 si occupa delle vittime di tratta (segnaliamo il sito www.giraffaonlus.it con lo spot dedicato alla tratta, visibile anche su www.youtube.com/watch?v=ToJhSVuyqzo ), “la strada continua ad essere il luogo più sicuro, perché dalla strada almeno si può scappare”.
Con l’art.18 della legge n. 40 del 1998, meglio nota come “Turco-Napolitano”, finalmente in Italia si comincia a parlare di azioni di sistema che vedono la collaborazione di polizia, associazioni e privato sociale: un particolare permesso di soggiorno viene concesso alle vittime di sfruttamento per prostituzione ( poi esteso a tutte le vittime di tratta con una legge del 2003) per motivi di protezione sociale o perchè collaborano nelle operazioni di polizia giudiziaria. La portata del fenomeno è ormai sotto gli occhi di tutti: vengono aperte “case rifugio”, dove le donne che riescono a scappare dai loro aguzzini vengono accolte ed aiutate ad elaborare e superare il trauma. Riconoscere di essere le vittime, e non le colpevoli,è il primo passo; poi si procede al reinserimento. Alcune denunciano e si costituiscono parte civile, altre preferiscono dimenticare. Le operazioni investigative passano dalle Procure ordinarie alle Distrettuali antimafia, che costituiscono una banca dati nazionale.
Le donne che in Italia si sono avvicinate a questa “rete di salvezza”(grazie anche al numero verde 800290290) dal ’98 sono state circa 55.000, 4627 hanno usufruito del permesso di soggiorno come vittime di tratta. “Quindi, facciamo qualche semplice operazione matematica con questi dati, e aggiungiamo la prostituzione in appartamento e quella via Internet”, continua Tina Abbondanza, “e moltiplichiamo per il numero dei rapporti che ogni prostituita ha quotidianamente, dai 7 ai 10”. Cosa otteniamo? Una cifra significativa che ci spinge a considerare un aspetto che in Italia preferiamo non affrontare: i clienti. Il cliente, quel “maschio astratto” che è lungi da noi, non appartiene sicuramente alla nostra cerchia di vicini, amici, parenti, familiari. “E invece no, è quello stesso maschio che ci vorrebbe piccole, fragili, e un po’ masochiste. E noi per prime, come donne, nel nostro piccolo, dobbiamo intervenire: noi che nell’intimo e nel profondo non concepiamo la sessualità divisa dal sentimento”.
In chiusura una storia, una delle migliaia, a testimoniarci che si muore, ma a volte si riesce a rinascere: la scrittura è lo strumento con cui la giovane donna si è tirata fuori dalla sua morte interiore. “Un bicchiere di plastica, usata e gettata”, stuprata a 15 anni dall’uomo che, come atto d’amore, le chiede di seguirlo in Italia dall’Albania. Viaggio sul gommone, la paura, il buio, il mare, ma la speranza che di là c’è l’amore: quello stesso amore che la costringe a prostituirsi senza mutande, “perché così non perdi tempo”, e che non riesce a denunciare perché è il suo uomo. Oggi questa donna vive a Bari, ha due figli, e sta per laurearsi nella nostra università.
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