‘Quanto sei bella Bari’ (?)
Atlante ‘900 presenta l’architettura barese
‘Una bruttezza complessiva non autorizza a trascurare le singole bellezze’. Le parole di Alessandro Laterza, che per ottimistico amor patrio verseremmo al condizionale, introducono il dibattito di Atlante ‘900. ‘Per la tutela dell’architettura contemporanea a Bari’ ne è sottotitolo, ed utopia.
Un libro capace di andare ben al di là della sua semplice vicenda editoriale.
Un libro artistico e documentario. ‘Ricco di scatti preziosi, tutti originali, che vengono a supplire l’annosa carenza iconografica sulla nostra città’ prosegue Laterza.
Un libro pedagogico. ‘Che rivolgiamo a vari tipi di lettori: elettricisti, idraulici, imbianchini e quant’altri, che più direttamente intervengono con gli strumenti artigianali sui beni culturali; ma soprattutto agli studenti, che da qui cominceranno le loro ricerche. In cambio di questo dono, chiediamo di costruire insieme una vera sensibilità culturale e architettonica’. Lo auspica Nicola Signorile, vice capocronista della Gazzetta del Mezzogiorno, e autore in passato di ‘Occhi sulla città’, altro significativo reportage sullo stato dell’architettura barese.
Un libro persino politico: ‘La legge 14/2008 voluta dal presidente Vendola chiede ai comuni di stilare un elenco delle opere che, pur non rientrando nella famiglia dei Beni Culturali, sono meritorie d’attenzione e tutela per la loro rilevanza architettonica. I termini erano per giugno 2009: grazie ad Atlante ‘900 siamo in piena regola!’ sottolinea Angela Barbanente, Assessore all’Assetto del territorio della Regione Puglia.
Un libro di scopi e prospettive e funzioni molteplici, dunque. Un catalogo prodotto di godibile fattura fotografica, prezioso strumento di tutela, e conoscenza delle strutture della Bari da salvare e rivalutare. E capace di dar adito a dibattiti infiniti.
Si trasformano le città, e gli edifici, con lo scorrere del tempo; è una tendenza organica, e ineluttabile. Per questo l’architettura non è, non può essere arte. Semmai, artistica…Il problema è come regolare e indirizzare l’impeto della naturalità di questi fenomeni. ‘Ricordiamo – ammonisce forbito Ruggero Martines, sovrintendente regionale ai Beni Culturali – non possiamo pensare ad un fabbricato come ad un quadro: perché vorrebbe dire doverlo trattare come un quadro, ingessarlo, defunzionarlo. Il vincolo è un tema di complicazione enorme e delicatissima, da affrontare senza parossistici eccessi: l’obiettivo è trovare il sano equilibrio tra valori e praticità’. Lapalissiano nella sua giustezza: il rischio dell’obbrobrio estetico è ad un minuto e simmetrico passo da quello di sfociare nell’assurda alogicità funzionale e quindi ontologica; l’ottusità è propria della riottosa intransigenza protezionistica, come della sfrenata avidità edilizia.
Né ci si può illudere che siano i singoli edifici a rappresentare l’immagine d’una città. ‘E’ l’impianto di base, la mentalità che la genera, la committenza, che costituisce il discorso urbano’, conclude Martines. E allora quid facere? Distruggere le aberrazioni, Punta Perotti docet, è la soglia minima vitale. Ma salvare il salvabile di un profilo architettonico sempre più compromesso e indefinito sarebbe appena un effimero placebo.
Altra cosa è creare consapevolezza culturale. Un traguardo lontano, per una civitas insensibile perché ignorante: priva di coscienza del valore dell’immagine, e della sua responsabilità, del peso schiacciante ch’essa impone alla definizione concettuale della categoria del bello; e di rimando, della nostra città, della nostra vita. I singoli errori son solo episodi, figli malnati dall’ignoranza e dalla cecità progettuale.
Non v’è conclusione.
Negli occhi e nel cuore, ci restano le passeggiate, tra le vie del centro murattiano o storico, e le luci d’un mare scuro ed sconfinato. In compagnia della persona unica, d’un abbraccio e d’un sospiro, quando l’ora è tarda e i rumori non affollano, Bari può incantare.
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