Da Taranto un nuovo codice dell’ambiente

Silvia Dipinto
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“Il dibattito sulla legislazione per la tutela ambientale non conosce soste, è in continua evoluzione. E chi meglio di noi tarantini può capire i danni che gli inquinamenti fanno sull’ambiente e sulle persone?”, Angelo Tursi, Coordinatore del Comitato per le politiche Ambientali e per la Qualità della Vita dell’Università di Bari, accoglie così il Codice dell’ambiente nato dalla collaborazione di una quarantina di autori, coordinati dall’avvocato Angelo Buonfrate, “uno strumento utile, oltre che un momento di riflessione sullo stato dell’arte del diritto dell’ambiente ed all’ambiente. Sono orgoglioso come tarantino e come ricercatore”. “Un’opera innovativa perché recupera la dimensione interdisciplinare del dibattito sull’ambiente”, sottolinea Bruno Notarnicola, docente della Facoltà di Economia di Taranto, “c’è bisogno di fare sistema di fronte a questioni così importanti. Merceologi, ingegneri, tossicologi, avvocati, mondo accademico: dobbiamo lavorare in sinergia, ciascuno con le proprie competenze, per fornire le risposte adeguate ad una società civile sempre più consapevole ed esigente”.

Da più parti un appello a superare l’idea del risarcimento pecuniario come deterrente all’infrazione delle norme, delle sanzioni “a danno avvenuto” : basta con il principio che “chi inquina, paga; e quindi pago e posso inquinare”, la tutela deve essere preventiva, inibitoria, il legislatore deve recuperare il concetto di “precauzione”.
“Valutazione dell’impatto sanitario, gestione delle risorse idriche e dei rifiuti, lotta alla desertificazione, tutela dell’aria e delle biodiversità, diritto all’energia pulita, questioni che nessuno può più ignorare, dallo studioso all’imprenditore”, illustra Buonfrate, “nel Codice si spazia dalla contabilità verde per le imprese al diritto della persona a vivere in un ambiente salubre, diritto sancito dalla nostra Costituzione laddove si garantiscono benessere e qualità della vita”.
“Si parla ovunque di sviluppo ecosostenibile, ma i numeri ci smentiscono che stiamo andando in questa direzione”, in conclusione una voce fuori dal coro ci mette in guardia dai facili entusiasmi (se mai ne avessimo), quella dell’ingegner Vito D’Incognito, “se continuiamo così nel 2050 i nostri figli vivranno nelle riserve perché non ci sarà più un pianeta vivibile”. “È un’ipocrisia parlare del tentativo di superare le differenze tra regioni diverse del nostro pianeta”, continua, “dietro la bandiera dell’equità c’è la delocalizzazione dei grandi impianti inquinanti nelle zone svantaggiate, ci sono due miliardi e mezzo di persone al mondo che non hanno una quantità giornaliera sufficiente di acqua potabile”.

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