Rodotà il laico
Fuorviante l’uso politico della religione fatto dai “preti” di ogni credo
«Pur escludendosi l’eutanasia, ciò non significa obbligare il medico a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza infaticabilmente creatrice. In tali casi non sarebbe una tortura inutile imporre la rianimazione vegetativa, nell’ultima fase di una malattia incurabile? Il dovere del medico consiste piuttosto nell’adoperarsi a calmare le sofferenze, invece di prolungare più a lungo possibile, e con qualunque mezzo e a qualunque condizione, una vita che non e’ più pienamente umana e che va verso la conclusione». Le parole non sono di un politico sinistrorso sui temi etici che hanno interessato l’opinione pubblica in questi mesi. Sono tratte, invece, da una lettera del 1970 di Papa Paolo VI al cardinale Villot.
Con la lettura di questo stralcio, contenuto nel suo libro, Stefano Rodotà ha concluso l’incontro di venerdì 13 marzo per la presentazione del suo volume Perché laico (ed. Laterza) presso la sala Castello di Bitritto. L’appuntamento è stato organizzato dall’assessorato alla cultura bitrittese e i Presìdi del Libro di Bitritto-Bitetto-Sannicandro. Ad accompagnare l’autore, Anna Cantatore, direttrice del locale circolo didattico “G. Modugno” e Sergio Lorusso, docente ordinario di diritto processuale penale presso l’università degli studi di Foggia.
L’ex garante della privacy, ordinario presso “La Sapienza” di Roma, già deputato ed europarlamentare e luminare del diritto italiano e mondiale, con il suo libro ha evidenziato l’attuale momento della società italiana. Una fase continua di scontro con il mondo cattolico, proprio quando «abbiamo bisogno di chiarezza, di chiamar le cose con il loro nome. Per questo non è tempo di laicità flebile, timida, devota. È tempo di laicità senza aggettivi, o se vogliamo definirla, semplicemente democratica».
Le forzature a concetti basilari del diritto («da bocciatura all’esame di procedura civile» secondo Rodotà) sulla vicenda Englaro sono solo gli ultimi episodi di uno conflitto perenne con le alte gerarchie ecclesiastiche. Lo Stato costituzionale di diritto ha sempre conosciuto ingerenze della Chiesa, ma mai con un tal peso politico come negli ultimi 18 anni, ovvero dall’elezione a presidente della Conferenza episcopale italiana di Camillo Ruini: da allora, dopo la dissoluzione formale della DC, il Vaticano ha imposto il suo peso su tutte le decisioni inerenti l’etica. Questo diverso atteggiamento ha ridotto la comunità cattolica, fatta di tante realtà attive, ad essere azzerata.
Colpevole di tale processo nel nostro Paese è stata ed è però una classe politica imparagonabile a personaggi del passato che pure avrebbero dovuto rappresentare il pensiero cattolico nelle istituzioni. In questo senso basti pensare agli esempi dell’opposizione di Alcide De Gasperi in occasione delle elezioni comunali di Roma del 1952 in cui Pio XII voleva scongiurare l’avvento di un sindaco di sinistra con un avvicinamento ai neofascisti, o di Tina Anselmi firmataria della legge sul divorzio «perché Ministro della Repubblica».
La DC del passato permetteva che i cambiamenti della società entrassero a pieno titolo nelle aule parlamentari. Oggi invece vige una «cattiva cultura che porta a gravi sgrammaticature politiche e giuridiche». I diritti di uguaglianza vengono continuamente calpestati, facendo precipitare il sistema nuovamente verso una sorta di voto per censo: le donne costrette a recarsi all’estero, solo a determinate condizioni economiche, per poter accedere a procedure vietate dalla legge sulla procreazione assistita ne sono un caso lampante. Di simile smarrimento può parlarsi con le speranze di un cittadino di vedere rispettata la propria coscienza solo grazie all’intervento della Corte costituzionale o dalle mancate firme del presidente della Repubblica, avendo ormai perso le speranze nel legislatore.
Nella formazione di leggi così incidenti sui diritti fondamentali della persona, il Parlamento deve farsi invece filtro delle richieste provenienti dal Paese reale, alla luce dei dettami della Costituzione. I cittadini troppo spesso, anche per una cattiva e tendenziosa informazione, si trovano a richiedere soluzioni sull’onda dell’emotività ed è per questo necessario il ruolo di garanzia del legislatore.
Laicità, secondo lo scrittore, significa rispetto delle coscienze dei parlamentari, ma prima di tutto di coloro su cui le loro scelte ricadranno. Alcune materie non possono sopportare questo conflitto: la legge non può imporre vincoli sui temi più sensibili, ma deve risultare sobria, non invasiva, rimuovendo i vincoli e permettendo a ogni cittadino di utilizzarla o meno. Oggi invece si vieta l’accesso in modo assoluto come nella bozza del testamento biologico approvata dalla Commissione sanità («incostituzionale dal primo all’ultimo rigo«) o la già citata legge 40 del 2004, la cui abolizione tramite referendum fu impedita da una campagna per l’astensione ad opera della CEI. L’obiezione di coscienza è un concetto rispettabile e legittimo, finché non cancelli il diritto altrui.
Le tante esperienze e la lungimiranza di Stefano Rodotà l’hanno portato a redigere un libro fondamentale in un momento di tale scoramento per la laicità dello Stato, principio elevato a fondamentale nel 1989 dalla Corte costituzionale. Una laicità che va considerata componente essenziale del discorso pubblico in modo democratico, non per spaccare il mondo in credenti e non credenti o per erigere un muro oppositivo e creare così una pericolosa contrapposizione. Va rivalutato questo basilare valore, ne va della civiltà del nostro Paese.
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