Elisa, inetta schiava degli uomini
Tra Svevo e Moravia, il nuovo libro di Angela Scarparo
‘Inetto è un termine classico, novecentesco, evocante una tradizione infinita. Ma qui la svolta è improvvisa: la protagonista è una donna. Che vive una storia di melanconica atonia, più che d’inettitudine, affetta da fastidiosa e immedicabile passività. La subordinazione emotiva alla figura maschile e l’incapacità di dominare sé stessa, è solo una parte del dramma femminile di vivere in uno stato di perenne e moraviana crisi nervosa ed eccitata’.
Impossibile andar oltre. Basterebbe un punto. Perché è sufficiente riassumere la suadente e totale presentazione di Pasquale Voza, per parlare esaurientemente dell’ultima fatica di Angela Scarparo, brindisina scrittrice, di romanzi e sceneggiature cinematografiche.
‘L’arte di comandare gli uomini’. Un titolo assertivo, deciso. E volutamente (?) antitetico alla fragilità tragicamente snervante della protagonista Elisa. Sola, nevrotica, infantile; incapace di accettare che l’avvocato Quai, il suo compagno storico, la lasci, e soprattutto che non la mantenga; incerta se iniziare una nuova storia d’amore con Valerio, un giovane ladro interessato solo per motivi ‘professionali’; destabilizzata dal pandorico turbinio d’una famiglia travagliata ed egoista.
Un’inetta, intellettuale. Un’ “inettettuale”, come si autodefinisce, coniando un infelice neologismo, che rende conto di tutta la sua stigmatica e connaturata sgraziatezza.
Attuale e scolasticamente citazionista. Così potremmo definire l’opera della Scarparo, che si muove in maniera fin troppo esplicita tra il decadentismo di Svevo, e il neorealismo di Moravia, di cui realizza una moderna e femminile fusione contenutistico-formale.
Un impianto narrativo sagace, rende conto della crisi rimuginante della protagonista attraverso una scrittura realista, dallo stile estenuantemente miniaturista ed insistito. Le pagine scorrono grigie, come l’insulsa quotidianità di Elisa, vittima della doppia dialogicità tra pensieri e parole. Un meccanismo perverso che finisce per coinvolgere tutti i personaggi del romanzo, in un continuo e morboso ripiegamento su sé stessi. Sintomatica d’una precarietà psicologica dell’identità di uomo, o meglio, di donna.
Di genuino c’è questo soprattutto. Un libro sul male di vivere, introducendo una terza citazione. Ottant’anni dopo Montale, nell’età dell’individualismo di massa, della realtà del simulacro, della paralisi emotiva e dell’apatia esistenziale delle nuove generazioni.
Che l’irruente intervento dell’autrice investe d’un livore femministico forse eccessivo, a cui in fondo non corrispondono le pagine d’un libro dolcemente femminile. ‘Ho voluto scrivere una storia di ribellione. Perché noi donne dobbiamo ribellarci alle logiche del mondo maschile! Elisa reagisce come facciamo tutte, dissociando il corpo dalla mente, inchiodando. Ma poi, alla fine riuscirà a ripartire, a ripartire da sé stessa, da sola, senza più dipendenze!’.
Insomma, una rielaborazione moderna e femminile dello Zeno sveviano. ‘La scena di quest’Elisa, che si libera del goffo ed insidiante poetastro, e va via da sola, è bellissima’. Per la sua riuscita garantisce Pasquale Voza. Con le cui parole così come abbiamo aperto chiudiamo, in omaggio alla sua sublime recensione, che carica il libro d’un aspettativa probabilmente insoddisfabile.
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