Milk, rosso come il sangue

Angela Ragone

Quando la purezza ha il colore del sangue

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“Se una pallottola dovesse entrarmi nel cervello, possa questa infrangere le porte di repressione dietro le quali si nascondono i gay nel Paese.”
Queste, le parole che il consigliere Harvey Milk registrò in uno dei suoi tanti nastri presagendo il suo destino.
Queste, le parole che risuonano come macabro eco verso al fine del film.
La freddezza che traspare dai film di Van Sant ha qualcosa di sibericamente nordico, con i suoi fotografici rimandi a grandi autori norvegesi e svedesi d’altri tempi.
Eppure, americano purosangue, il modo di Van Sant di raccontare le sue o le nostre storie – come in questo caso – ha qualcosa di tragicamente fiabesco. Il ritmo lento e voluttuoso degli skate di “Paranoid Park” riassume a grandi linee tutto il suo modo di sentire il cinema. Silenzioso, leggiadro, elegante nella forma talvolta più che nella sostanza, si libra su stati d’animo indeterminati, guardandoli da lontano, eppure penetrandoli appieno.
Difficile sentire come lui sente le cose. Tranne che questa volta.
Prima o poi arriva nella storia di un regista il momento in cui a tanti “Edward mani di forbice” (peraltro delizioso) subentra l’unico e meraviglioso “Big Fish”. Questo era il momento di Gus Van Sant e questo è il film che compie il miracolo. Non di bellezza, perché di bei film è pieno il suo curriculum, bensì di tanta melanconica, commovente, estroversa sensibilità sfrenata. In apparenza totalmente diverso da ogni suo lavoro precedente, il film – va detto – brilla in gran parte per la forza della storia che racconta. Una storia così semplice e allo stesso tempo così complessa nella sua passionalità d’ideali (e non solo ) da risultare assolutamente estranea all’emotività compressa a cui Van Sant ha abituato il suo fedele pubblico.
Una storia che si fregia peraltro di un protagonista assoluto – nel film come fu nella storia – la cui bravura non ha pari e oscura altre stelle altrettanto splendenti.
Sean Penn sparisce già dal primo istante dietro l’aitante e sicuro Harvey Milk, al punto che più di un silente spettatore nella sala cinematografica – e lo confesso, io stessa – ha sussultato al primo forte accenno di intimità fra il consigliere e il suo compagno.
Nonostante la Signora Omofobia in sala non fosse presente, il senso di stordimento momentaneo di fronte a tanta maschia nudità di corpo e di spirito va tutto a merito di un regista eccezionale. Che scacciando come fossero moscerini importuni gli isterici gridolini di scandalo conseguenti a “I segreti di Brokeback Mountain”, dimostra come si possano mostrare a un pubblico incredulo ben 128 minuti di amore, baci, sesso, carezze, giochi amorosi assolutamente e interamente omosessuali, senza che la cosa disturbi nessuno. E con un uomo come Sean Penn, icona etero di vasta parte del pubblico femminile.

Non è certo facile e soprattutto in un’epoca razzista – verso ogni diversità – come la nostra far appassionare e, cosa più difficile, immedesimare tanti imberbi etero in un protagonista così lontano da molti. Non solo per l’identità sessuale ma soprattutto per gli appassionati ideali che a buon motivo rendono questo film ben più che degno di un’alta stima oltre che pezzo di storia necessaria da guardare e da capire.
Un’impresa senza pari grazie anche e soprattutto a un grande attore che meglio di moti suoi predecessori cimentatisi in simili imprese ha ricalcato gesto per gesto un uomo che sullo schermo ha preso vita fin dalla prima inquadratura. Non Sean Penn bensì Harvey Milk è il grande protagonista della storia.
Merito non solo di un regista e di un attore senza eguali, ma anche di un film che nel complesso, con la sua forza vitale – e talvolta con la sua carica d’ironia – riesce a contagiare un trasporto dilagante.
Un film davvero raro per la sua raffinata spregiudicatezza a cui molti dei veri protagonisti della storia del ’79 hanno partecipato contribuendo con fonti fotografiche e biografiche.
E anche se Dan White – peraltro impersonato da un attore somigliantissimo, così come lo stesso Penn assomiglia in modo impressionante a Milk – non è stato realmente giudicato insano di mente per l’alto consumo di merendine, (come è scritto nei titoli finali), poco importa.
Un’unica imprecisione storica non invalida la grandezza della vicenda intera. E d’altronde a un film del genere, si perdona tutto.
Tranne il fatto di non essere visto.

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